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1° Giornata di Ittiologia e Gestione Ittiofaunistica ad Arezzo.


DR. CESARE PUZZI

Società Graia s.r.l.


I pesci come indicatori della qualità degli ecosistemi acquatici

  

Dal titolo che mi è stato assegnato, i tempi corrispondenti sono per me decisamente stretti, sia per l’aspetto pesci come bioindicatori, sia soprattutto per i problemi dei pesci nelle acque interne italiane.

Io faccio parte di un gruppo di lavoro GRAIA Srl, e sono ittiologo, mentre altri colleghi si occupano di altri aspetti dell’ecologia delle acque, perché l’approccio multidisciplinare è essenziale.

  

Non si può pensare ai pesci senza parlare dell’integrità di un corso di acqua, della naturalità delle rive, della quantità di acqua e quindi del deflusso minimo vitale, non possiamo non riferirci agli scarichi quindi alla qualità, alla depurazione e via discorrendo.

  

Veniamo alla prima parte dell’intervento: “I pesci come indicatori della qualità degli ecosistemi acquatici”.

  

Voi sapete che il termine bioindicatore è un termine che prevede l’utilizzo di una componente biologica che noi studiamo, classifichiamo, valutiamo e dalla quale ricaviamo informazioni sullo stato di qualità di quell’ambiente.Per quanto riguarda l’acqua, i bioindicatori più utilizzati sono gli invertebrati, ma possiamo utilizzare anche quei microrganismi che rivestono il fondo di un fiume o lago, il Perifiton, popolato da tanti esseri animali e vegetali e dagli stessi pesci.

  

Va detto che per quanto attiene ai pesci, la composizione della comunità ittica varia da ambiente a ambiente. Il riferimento per poter dire se un ambiente è alterato o meno utilizzando questo tipo di bioindicatore, presuppone la conoscenza di quello che è la composizione originaria corretta della comunità ittica di quello stesso ambiente. Questa struttura della comunità ittica varia in relazione alle caratteristiche del singolo corpo d’acqua. Nel caso dei fiumi, abbiamo una sequenza della composizione della comunità ittica che varia moltissimo dalla zona di montagna a quella di confluenza al mare. In montagna abbiamo la zona Salmonidi (Trota Fario, Scazzone, Sanguinarola), via via che si scende compaiono i Ciprinidi reofili (Barbo, Savetta, Lasca) poi i Ciprinidi limnofili (Carpa) e poi arriviamo al mare dove possiamo trovare pesci di mare che risalgono, in una parte del loro ciclo vitale, in acqua dolce (Branzino, Muggine). Quindi in un fiume la comunità ittica di riferimento può essere estremamente diversa a seconda del tratto fluviale che andiamo a guardare.

  

Stesso discorso vale per i laghi. I laghi possono essere laghi piatti o profondi. Pensiamo ai laghi profondi del nord Italia, sono per composizione della comunità ittica estremamente diversi da un lago piatto come il Trasimeno.

  

Quindi una struttura di comunità ittica che varia tantissimo da una dominanza di Salmonidi, come c’è in un lago profondo (Lavarelli, Trota lacustre, Agone, Coregoni, Salmerino alpino), a una comunità ittica molto diversa di un lago piatto (Ciprinidi, Persico reale, Luccio, Anguilla).

  

Ecco allora che se utilizziamo i pesci come indicatori della qualità delle acque dobbiamo tener presente il tipo di ambiente che stiamo osservando. Nell’ambito di questa puntualizzazione, possiamo comunque trarre suggerimenti importantissimi dalla comunità ittica. Anzitutto la composizione specifica, perchè se noi abbiamo una comunità ittica di riferimento, la composizione in specie della comunità ittica che troviamo, già ci dice di quanto ci siamo discostati dalla situazione ottimale originale.

  

L’abbondanza numerica, anche questo è un dato legato alle condizioni naturali, perchè un ambiente di montagna ultra oligotrofo ha di per se pochissimi pesci perchè l’ambiente può esprimere pochissimi pesci; un lago di pianura piatto, spontaneamente eutrofizzato, è un ambiente che esprime tantissimi pesci, quindi l’abbondanza numerica.

  

La struttura della popolazione. La struttura demografica è un elemento importantissimo perchè è chiaro che dall’osservazione e dalla verifica che tutte le classi di età di una stessa specie siano rappresentate, noi abbiamo una indicazione dello stato di salute per lo meno di quella specie. A livello di comunità, di tutta la comunità ittica, devono esserci tantissimi avannotti, tanti giovani, un po’ meno sub-adulti e pochi adulti.

  

Inoltre l’incidenza di patologie. Le patologie spesso sono indotte da alterazioni ambientali, in tal senso non tanto le patologie specifiche, vale a dire le malattie comuni, proprie dei pesci di tipo virale batterico o da parassiti. Spesso l’ambiente, se si altera la sua qualità, provoca il manifestarsi di patologie che altrimenti sarebbero silenti, ma che in condizioni stressanti, come succede anche a noi, può svilupparsi a livello complessivo.

  

A livello specifico, nel senso proprio di ‘specie’, dobbiamo poi considerare che c’è una sensibilità delle singole specie ittiche a vari parametri ambientali. Senza entrare nei particolari, ma solo a titolo esemplificativo, tra le specie sensibili prendiamo la Trota fario. Essa è sensibile a concentrazione di ossigeno e temperatura; è una specie stenoterma fredda, perché vuole acqua fredda, mai oltre i 21-22 gradi, e vuole tanto ossigeno disciolto, l’ideale che sia sopra i 7 milligrammi/litro, se scendiamo sotto i 7 anche in questo caso va in crisi. Diciamo allora che è una specie ‘sensibile’, perché se un corso d’acqua è alterato da uno scarico qualsiasi, che consuma ossigeno o riscalda l’acqua, una specie di questo tipo entra subito in sofferenza e quindi ci da un indicazione di un’alterazione. Altra specie molto sensibile è la Trota marmorata, non è nella distribuzione come areale geografico nella Toscana, ma del Bacino Padano. E così il Temolo. Oltre ai salmonidi un pesce molto sensibile, magari poco pescato, ma buon indicatore, è lo Scazzone. Sfogliando tra gli allegati del convegno, ha visto che nella Provincia di Arezzo è una specie fortemente minacciata o quasi estinta, ebbene questo è un bioindicatore eccellente, oltretutto è una specie di interesse comunitario, perchè voi sapete che la direttiva Habitat ha all’allegato B tanti pesci tra cui questo. Anche il Barbo comune, per altri fattori ambientali, non gli stessi di prima, è una specie sensibile: la velocità di corrente, l’integrità del fondo, lo stesso ossigeno comunque è necessario al suo benessere.

  

Viceversa abbiamo specie tolleranti.

  

Il Cavedano, che si adatta a tutti gli ambienti, acque correnti lente e veloci, acque stagnanti, laghi oligotrofici, eutotrofi, ipertrofici, dovunque il Cavedano si ambienta molto bene e mangia qualsiasi cosa. La Scardola, che in laghi piatti eutrofizzati diventa immediatamente dominante. Fra i più resistenti il Carassio, di cui si parla come specie addirittura infestante.

  

Ci sono vantaggi nell’uso dei pesci come bioindicatori, ma anche difficoltà, cominciamo a vedere i vantaggi.

Innanzi tutto i pesci sono normalmente presenti in tutti i corsi d’acqua, anche i più piccoli, anche piccolissime rogge risorgive quasi asciutte, ospitano normalmente qualche pesce, piccole specie sono in grado di colonizzare tutti gli ambienti, tranne i casi di inquinamento talmente spinto, per tossicità  immediata oppure saltuaria, che “sterilizzano” il corso d’acqua. Altro dato positivo nell’utilizzare i pesci come bio-indicatori, è la possibilità di vedere rappresentati numerosi livelli trofici. Abbiamo pesci che si nutrono di invertebrati bentonici, alcuni si cibano di fitoplancton, altri di zooplancton, altri di altri pesci. Abbiamo quindi tanti livelli trofici potenzialmente rappresentati.

  

I pesci, inoltre, sono in grado di muoversi, ovviamente se non ci sono impedimenti, e quindi possono percorrere molta distanza, hanno una vita relativamente lunga, almeno qualche anno (4-5 anni), e ciò permette di ottenere da un’analisi di una comunità ittica una sorta di integrale della storia recente, degli ultimi anni, in quel posto, in quel fiume. L’assenza di una o due classi di età completamente è un indice per poter capire che in quei due anni c’è stato qualche problema. Rappresentano quindi la storia recente del fiume, sono in grado di manifestare effetti dovuti sia tossicità acuta sia a tossicità sub-acuta ma anche cronica, soprattutto le specie a vita più lunga.

  

In confronto agli altri gruppi sistematici utilizzati come bioindicatori, quali le Diatomee oppure gli invertebrati, i pesci sono molto più facili da identificare, non c’è bisogno di microscopio, basta un minimo di conoscenze tassonomiche sui pesci, per riconoscerne una fra il centinaio di specie presenti in Italia (compresi tutti gli esotici). Si tratta quindi di un gruppo faunistico che può essere ancora tenuto sotto costante monitoraggio.

 

Da tale punto di vista le carte ittiche sono uno strumento eccellente, danno il quadro della situazione, attraverso il monitoraggio attuato sui vari parametri ambientali, e permettono di ricavare una situazione storica con il confronto dei dati nel tempo.

  

Ultimo vantaggio dell’uso dei pesci come indicatori è quello che i dati sullo stato dei pesci sono un elemento molto più facilmente recepibile dall’opinione pubblica rispetto ai dati sugli invertebrati, tutti conoscono i pesci, magari pochi conoscono gli invertebrati e le diatomee.

  

Per contro abbiamo anche delle difficoltà nell’uso dei pesci come indicatori. Innanzi tutto ci sono dei limiti nel campionamento. I pesci si campionano principalmente mediante elettropesca, ma anche con reti, con osservazioni subacquee e anche con osservazione diretta fuori dall’acqua se la trasparenza lo consente. E’ chiaro che la selettività degli strumenti di campionamento è un fattore limitante i dati che otteniamo nel campionamento stesso. Se il fiume è grande si potrà operare con elettropesca solo in punti molto localizzati. Le reti sono selettive perchè hanno maglie diverse e pur utilizzando le reti multimaglia perdiamo quasi sempre alcune specie. Anche gli altri strumenti di cattura come bertovelli, nasse ecc. sono generalmente selettivi. Per quanto attiene le osservazione subacquee queste vanno benissimo, ma ci vuole un subacqueo naturalista veramente in grado di riconoscere bene le specie sott’acqua e questo non è semplice e in più deve esserci una situazione di trasparenza dell’acqua veramente ottimale altrimenti si fa molta fatica.

  

L’efficacia di tutti questi metodi può variare moltissimo a seconda della tipologia del corso d’acqua. Ad esempio un fiume profondo oltre 2-3 metri non consente una buona elettropesca, proprio per i limiti di portata degli strumenti; in tal senso la stessa caratteristica del bacino imbrifero del fiume, che determina la diversa conducibilità elettrica delle acque, cambia moltissimo l’efficacia di cattura, in quanto è necessaria una certa conducibilità, ne troppo bassa, perchè la corrente non verrebbe condotta in acqua, ne troppo alta perchè si disperderebbe troppo, per cui anche la quantità dei soluti è un fattore che può alterare moltissimo l’efficacia del nostro campionamento con l’elettricità. Altra difficoltà è che molti pesci si muovono sia a livello di stagioni, si compiono migrazioni, sia giornalmente secondo il comportamento di rifugio, di movimento notturno, di alimentazione. Infine il campionamento di fauna ittica richiede un numero relativamente elevato di operatori, almeno tre o quattro persone, poi le attrezzature come le barche e quindi a questo corrisponde anche un costo abbastanza elevato.

  

Adesso vorrei fornirvi giusto un “assaggio”dei dati, già noti a Carini e all’Ufficio Pesca, di un lavoro fatto proprio sull’Arno qualche anno fa, per conto dell’Enel sul deflusso minimo vitale. In questo studio si è cercato di applicare proprio un indice biologico descritto in letteratura dagli americani, da Carn, nel 1981, un indice basato sui pesci: l’I.B.I. Sull’Arno avevamo tre stazioni, Castelluccio, Levane e Figline, si era utilizzata una comunità ittica di riferimento a monte, a Castelluccio, e poi si era osservato lo scostamento da questa comunità ittica tipo. In questi campionamenti, tra il ’95 e il ’97, si trovava già abbondante Pseudorasbora parva, adesso penso che ce ne siano tantissime visto come si va affermando in tutti  i corsi d’acqua.

  

Passo al secondo argomento del mio intervento, e qui mi scuso se sarò rapido, perchè vorrei parlare due giorni di questi argomenti, ma non è chiaramente possibile e quindi farò una carrellata generale.

  

Ho sintetizzato quelle che secondo noi sono le problematiche principali della fauna ittica, che valgono a livello di tutta Italia e anche in tutta Europa.

  

Il primo problema è la frammentazione dell’ habitat. Quando si costruisce una soglia, una traversa, si costruisce una diga, si interrompe il corridoio fluviale e questo è un problema grossissimo dal punto di vista della percorribilità del corso d’acqua, perché si introduce una frammentazione dell’habitat.

  

Poi c’è il problema della distruzione dell’habitat, che significa per esempio artificializzare un corso d’acqua, rendendone la sezione omogenea, significa artificializzarne le rive, significa sottrarre l’acqua perché serve per uso idroelettrico o irriguo, quindi si toglie l’acqua, si toglie l’habitat.

  

Terzo problema che, è legato ai primo due, è la deriva genetica, di cui poi dirò due parole di approfondimento.

Altro problema sono le specie esotiche. Abbiamo accennato alla Pseudorasbora, che costituisce veramente un grosso problema, ma pensate al Siluro.

  

Infine, ultimo, ma non per importanza, abbiamo il prelievo idrico.

  

In questo elenco considereremo marginale il prelievo di pesca, questo alla fine senz’altro può incidere sulla qualità della fauna ittica se è fatta secondo criteri sbagliati, può dare fastidio, ma messo in confronto con i vari problemi elencati è ben ultimo come ordine di grandezza.

  

Torniamo alle varie cause approfondendo il discorso, cominciando dalla frammentazione degli habitat. Le dighe, e di esempi ne potremmo fare molti, spesso rappresentano sbarramenti completi, totali, che frammentano l’habitat. Se un pesce, ad esempio, dal lago di Lugano scende, magari con  un momento di piena in cui l’acqua passa sopra questa diga, si sposta a valle per riprodursi, per crescere o per trovare un rifugio anche termico. Nel momento in cui l’acqua si abbassa, il pesce trova uno sbarramento e non può quindi più tornare al lago. Stessa cosa per un corso d’acqua di montagna a salmonidi dove le trote si spostano molto per la riproduzione, se c’è una diga, sotto questa, nel momento pre-riproduttivo, si concentra una grande quantità di animali. Ma questo vale per tutte le dighe: Penna, Levane, dovunque ci sia uno sbarramento, si frammenta l’habitat. Gli effetti principali sulla fauna ittica sono questi tre.

  

·         Impossibilità per le specie migratrici di raggiungere i siti riproduttivi o d’accrescimento a monte

·         Impossibilità di dispersione, che è una strategia di conservazione della specie

·         Suddivisione in più sottopopolazioni

  

Abbiamo detto poi distruzione dell’habitat. Questo è più evidente come effetto; può essere dovuto a captazioni idriche, a inquinamento e ad alterazioni fisiche in senso generale. Spesso nella sensibilità comune nessuno guarda cosa c’è sotto il ponte. Per esempio sul Lago Maggiore nel centro di Laveno, posto frequentatissimo dai turisti, c’e un canale con una sezione regolare totalmente cementata, tipico esempio di distruzione dell’habitat del corso d’acqua. Distruzione che assume caratteristiche ancora più gravi quando per esempio ci troviamo in una situazione detta ecotonale, che è il punto di scambio lago fiume, dove tantissime specie del lago risalgono la parte terminale dei tributari per riprodursi, e non è la classica Trota lacustre ma anche  Bottatrice, Lavarello, Alborella, Cavedano, Agone, tantissimi pesci. Altre alterazione eclatanti; pensiamo ad esempio una centralina elettrica. Energia pulita sì, non si consuma petrolio, ma se al corso d’acqua viene tolta tutta l’acqua, non rispettando il flusso minimo vitale, ecco che questo produce uno stravolgimento dell’habitat. Gli effetti: oltre alla ridotta disponibilità trofica, mancano i siti riproduttivi, si osserva, quando si riduce molto l’acqua, una sovrapposizione di nicchie tra le varie specie, si riducono, anche di dimensione, le specie ittiche, producendo anche in questo caso un effetto tossico diretto.

  

Poi c’è il problema degli scarichi. E’ vero che i piani di risanamento provinciali e regionali vanno avanti, gli impianti di depurazione si fanno, ma ancora si osservano scarichi con tossicità diretta.

  

Perdita di variabilità genetica. La variabilità rappresenta quell’insieme di differenze fra individui della stessa o diverse popolazioni codificate nel nostro menoma (maggiore è la variabilità genetica maggiore è la fitness ossia il benessere della popolazione). Quali sono quindi gli effetti della perdita di variabilità genetica? Anzitutto aumento l’embreeding ossia l’accoppiamento tra consanguinei. Ciò ha un effetto negativo sulla sensibilità alle malattie, sulla fertilità e sulla resistenza neo-natale. Altro effetto collegato è la deriva genetica, che consiste nella fissazione casuale di geni non adattativi e la perdita casuale di geni adattativi, producendosi quell’effetto cosiddetto a collo di bottiglia, per cui i pesci hanno una difficoltà molto maggiore ad adattarsi al variare delle condizioni ambientali. Quindi tutto un insieme di caratteri diversi (frammentazione, riduzione dell’habitat, elementi di disturbo) si concentra in pochi esemplari che danno luogo ad una progenie molto simile, tutta fatta da consanguinei che non è più in grado di adattarsi e questo è un effetto che già incomincia a vedersi in molti casi.

  

Le specie esotiche: è un capitolo drammatico della gestione della fauna ittica italiana e mondiale. 

  

Faremo qui tre esempi. Il Siluro per primo, che tra l’altro è presente anche in Arno. 

  

Su questo pesce abbiamo fatto un approfondimento sul fiume Ticino che ci ha mostrato come vada temuto, perché è un pesce che, contrariamente al suo aspetto di pesce di fondo, si dimostra invece molto abile nel nuoto. E’ un pesce che, lungo il fiume Ticino, abbiamo trovato anche nelle rapide, in prismata, con velocità di corrente molto sostenuta, e tutte le tane che si pensava abitate o da trota Mormorata o da Lucci in realtà erano abitate da Siluri. E’ un pesce che raggiunge dimensioni notevoli, in bacino padano sono stati trovati esemplari intorno ai 200 kg, in Ticino oltre ai 100 kg. E’ un pesce con abitudini notturne, e questo lo abbiamo confermato anche con osservazioni subacquee, rilevando di notte in caccia soltanto questo pesce e l’anguilla (che raggiunge però solo il chilogrammo chilo e mezzo medie di peso); ora chiunque abbia un acquario sa che i nostri pesci di notte si trovano in uno stato di riposo sul fondo, quindi sono estremamente vulnerabili, per cui si possono immaginare i danni potenziali. I poveri pesci “indigeni” si trovano di fronte un predatore prima sconosciuto, che di opera di notte, sfruttando la loro vulnerabilità, di dimensioni mostruose rispetto agli altri pesci. Ricordiamo che il Siluro diventa ittiofago fra il 2° e 3° anno di età quindi intorno al mezzo chilo di peso e rimane ittiofago stretto fino a tutta la sua vita arrivando fino a oltre i 100/150 chili. Quindi, ricapitolando, abbiamo, oramai saldamente insediato nei nostri ecosistemi acquatici, un pesce avvantaggiato dalle sue caratteristiche di autoecologia. di grandissime dimensioni, con predazione notturna, capacità d’utilizzo di tutti i rifugi disponibili, adattabile a tutti i tipi di meso-habitat che può trovare, dalla lanca, al fiume, al lago, al corso d’acqua veloce, a quello lento. E’ un pesce quindi che dobbiamo temere e contenere in tutti i modi, è infatti impossibile eradicarlo perché ha anche una fecondità relativa altissima, riproducendosi in tutti gli ambienti, potendo deporre le uova in qualsiasi condizione. Altro esempio di specie esotica è un Cobite, comparso molto recentemente nel bacino del Ticino; si chiama Misgunus anguilli caudatus e arriva dall’Asia, è un pesciolino che arriva ai 25 cm, molto grosso quindi rispetto ai suoi cugini autoctoni, che sta sostituendo in modo totale il nostro Cobite Cubtis taenia. Infine abbiamo il Gardon (Rutilus rutilus), comparso nel bacino del Po dove sta provocando un disastro per quanto riguarda la popolazione di Pigo (Rutilus Pigo). Il Rutilus, presente anche nella Provincia di Arezzo, è un pesce che può dare problemi ai congeneri quali il Pigus. In questo caso si è resa necessaria un’azione di conservazione, azione partita proprio dai pescatori, che per primi hanno avuto il sentore di qualcosa che stava cambiando segnalando la cattura di molti pesci che sembravano delle vie di mezzo tra il Pigo ed il Gardon. Con la Provincia di Varese è stata decisa allora un’azione di cattura e di censimento sulle aree di frega, recuperando anzitutto i Pighi veri (anche se ancora manca un’analisi genetica che verrà realizzata tra poco), effettuando una fecondazione di questi pesci attraverso gli incubatoi ittici gestiti dalle associazioni dei pescatori. Il problema del Pigo incrociato con il Gardon, noi pensiamo che, se non si interviene, il destino del Pigo in fiumi come il Ticino è segnato. Ora il Pigo è una specie d’interesse comunitario, è in allegato n. 2 della Direttiva Habitat esattamente come la Rovella, quindi credo che sia indispensabile anche operare direttamente sulla specie.

  

Ultimo elemento di minaccia è il prelievo, ossia la pesca, alla quale io sono favorevole nella misura in cui va ad incidere su di una classica risorsa rinnovabile. Chiaramente diventa però un fattore di minaccia quando non rispetta più lo stock, pensiamo al bracconaggio.

  

Poi c’è il problema degli uccelli ittiofagi, il Cormorano, se ne parla tantissimo al nord (non so se questo aspetto è sentito anche nel Centro-Italia). Penso comunque che tale problema stia tutto nella percezione che del Cormorano ha il pescatore. Ci sono, è vero, dei casi in cui il Cormorano può avere un peso forte, ad esempio sul Temolo, in certi fiumi di fondovalle alpini dove se uno stormo di Cormorani scende su di un branco di Temoli concentrati su poca acqua in corrente, può veramente fare piazza pulita. Viene un po’ da sorridere, invece, quando ci si lamenta del Cormorano che preda sul Lago Maggiore o sul Trasimeno, dove lo stock, la biomassa ittica è cosi ampia che credo sia sostenibile anche la predazione del Cormorano.

  

Vediamo adesso se è possibile agire su queste cause negative, se è possibile fare qualche cosa.

  

Azioni di recupero possono essere applicate direttamente sulla specie, ma prima ancora occorre tentare di intraprendere tutte quelle azioni di contrasto alle singole fonti di minaccia; prima si interviene sulla minaccia e solo dopo sulla specie.

  

Qualche esempio. Per la frammentazione dell’habitat esistono le tecniche per poter superare il problema semplicemente costruendo un passaggio artificiale per i pesci laddove esiste una soglia, una briglia, una traversa. Il momento giusto per andare a mettere un passaggio artificiale è quando ci sono dei lavori straordinari dimensionandolo per una certa portata. Molto spesso i passaggi sono fatti a caso e quindi non funzionano proprio perché non si è progettato in funzione di una certa portata il sistema di risalita. Vista la complessità ittica di un fiume in buona salute, che può comprendere anche una cinquantina di specie, serve un passaggio artificiale valido per tutti. Non ci sono solo pesci che saltano, ma anche quelli che nuotano sul fondo, pesci piccoli, grandi e allora il sistema di passaggio più indicato risulta quello di una rapida artificiale. Anche il problema delle piene annuali è superabile per il passaggio artificiale, adottando il sistema rappresentato da massi ciclopici bloccati nel cemento (2.5 metri di diametro). Costruendo una doppia rampa di rapida artificiale, e questa funziona bene creando un ambiente che i pesci riconoscono abbastanza familiare, non c’è più un salto secco e quindi da valle possono raggiungere tutta la zona a monte. Quando il fiume va in magra, essendoci un sistema di pendenza, riusciamo a concentrare tutta la portata nella rapida artificiale.

  

Riduzione dell’habitat disponibile. Anche qui ci viene in aiuto l’ingegneria naturalistica con tantissime tecniche. Molto spesso l’ingegneria naturalistica è fatta per soddisfare esigenze di bellezza del paesaggio, non c’è ovviamente solo questo aspetto, ma si tratta, per quanto riguarda i pesci, di lavorare sugli alvei di magra. Non si parla di grandi opere, come ad esempio realizzare opere in calcestruzzo, ma di utilizzare semplice pietrame e legname per ridare un minimo di forma al corso d’acqua, si tratta cioè di agevolare il fiume a riprendere quell’andamento tipico a meandri, che comunque il fiume riprenderebbe da solo magari in 100 anni, si cerca cioè di velocizzare questo processo.

  

Specie esotiche, cosa si può fare? Innanzitutto è necessario avere precisa conoscenza del fenomeno, a volte mancano proprio le nozioni di base. Arriva, ad esempio, la Pseudorasbora, esplode e sostituisce l’Alborella, specie piccola ma estremamente importante. Della Pseudorasbora non si sa niente, cosa mangia, quanto cresce, che preferenze ambientali ha, quanto si riproduce che fecondità relativa ha. Senza queste nozioni non la si può combattere. Anche per quanto riguarda il contenimento, non si può eradicare una specie così invasiva come il Siluro e la Pseudorasbora, usando azioni d’elettropesca o di pesca specifica sulla specie. Altro punto chiave, la sensibilizzazione. Tutti i pescatori devono essere consapevoli dei rischi che si corrono ad immettere un pesce nuovo in un corso d’acqua. La legge è ovviamente altro strumento e sostegno delle specie autoctone.

  

Viste le minacce e visto ciò che è possibile fare per contrastare tali minacce, adesso si può affrontare il discorso delle azioni di conservazione e recupero della specie, avendo cura di calibrare bene questo aspetto con tutti gli altri, nel senso che va ribadito che il presupposto è la rimozione delle minacce e loro mitigazione, dopodiché si può seguire un minimo di progettazione. Quindi:

  

  • indagine storica,

  • valutazione degli effetti sull’ecosistema acquatico di qualsiasi ripopolamento,

  • valutazione del quadro socio-economico e da ultimo,

  • progettazione, realizzazione, verifica e divulgazione dei risultati. 

 

Gli strumenti gestionali. Ci sono gli interventi diretti come la reintroduzione e il ripopolamento, gli incubatoi ittici, il controllo delle specie esotiche ed interventi indiretti, ovvero gli strumenti legislativi, la carta ittica ed interventi sull’habitat tra cui alcuni esempi sono la rinaturalizzazione, la manutenzione del canneto, i passaggi per pesci, i substrati artificiali per la frega.

  

Chiudo qui l’intervento sottolineando ancora come i problemi, le minacce ci siano e siano tanti, racchiusi essenzialmente in quei cinque gruppi di problemi, ma credo anche che esistano strumenti, possibilità per contrastarli, operando di concerto con i pescatori ed opinione pubblica. 

 

Grazie.

  

Potete scaricare l'intervento in versione Microsoft PowerPoint (circa 10 Mb)



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