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Nel
mio intervento cercherò d’illustrare quali e quanto siano importanti
i problemi sanitari per gli animali acquatici e come dovrebbero essere
affrontati e risolti al di là delle vigenti normative sanitarie.
In
questi ultimi anni sempre più spesso, gli organismi preposti alla
gestione delle acque pubbliche hanno prediletto quasi esclusivamente
politiche basate sul ripopolamento, dei diversi corpi idrici di loro
pertinenza, con organismi acquatici (in primis specie ittiche).
Quasi
nulle sono state le iniziative che si sono distinte con una nuova
politica gestionale. Fino
ad ora, infatti, si è tenuto conto solo degli indirizzi programmatici
fissati annualmente e quindi dei relativi programmi di semine effettuate
secondo un preciso calendario d’interventi, pur supportati da studi di
base quali ad esempio le Carte Ittiche. A tal proposito mi preme
sottolineare che questi strumenti non devono rimanere fine a se stessi,
ma devono essere aggiornati periodicamente almeno una volta ogni due o
tre anni.
Ciò
nella maggior parte dei casi non avviene e la loro realizzazione resta
più un episodio isolato, che, una volta terminato, viene riposto in un
cassetto.Il destino del
materiale immesso però non è sicuramente solo quello legato al puro
prelievo alieutico, ma anche quello strettamente correlato alla capacità
biogenica dei siti, alla competizione delle diverse specie presenti,
alla rusticità e qualità degli animali, alle alterazioni ambientali
croniche ed acute tutti fattori che incidono sulla sanità degli
animali. Uno dei punti fondamentali legati alla salute dei pesci e degli
altri animali acquatici e
forse il più dimenticato è quello della genetica.
Quali
e quante siano le implicazioni genetiche nella gestione della pesca e le
loro ripercussione sul breve, medio e lungo periodo, è ben noto e non
più ignorabile. Esse di fatti, alla luce di queste conoscenze, possono
motivare e spiegare il fallimento quasi generale di oltre 100 anni di
immissione nonché dei loro danni. Il più macroscopico e frequente
degli errori è quello legato alla conservazione della diversità
genetica o più semplicemente della biodiversità. E’ bene ricordare
che questa dote è essenziale e permette all’animale di adattarsi
immediatamente alle diverse alterazioni che lo circondano, senza dover
ricorrere ad altri possibili mezzi, che, pure se efficaci, sono del
tutto casuali. Il possesso quindi di una elevata variabilità genetica
assicura alti tassi di sopravvivenza, accrescimento individuale,
fecondità superiore, maggiore flessibilità rispetto alle modificazioni
ambientali, con tutto quello che ne consegue; per non parlare poi
dell’elevata resistenza ai parassiti, batteri e virus, tutti fattori
che predispongono ad una maggiore longevità e quindi capacità di
riprodursi. Non bisogna dimenticare che popolazioni con una buona
diversità genetica posseggono molte caratteristiche vantaggiose che al
contrario sono assenti in quelle geneticamente omogenee, impoverite e
tendenti alla monozigosi.
Non
a caso la conservazione della biodiversità è un obbiettivo
internazionale, formulato dagli accordi di Rio de Janeiro, un impegno
accolto anche dalla nostra legislazione che non riguarda solo le specie
minacciate da estinzione, ma pure le varietà genetiche locali, pesci e
crostacei compresi. A tal proposito gran parte dei locali amministratori
e gestori delle pesche sportive della nostra penisola, non si sono mai
curati di conoscere e tradurre in pratica i principi della conservazione
della biodiversità, ma vi è stata e continua ad esserci un marcata
ignoranza ed indifferenza nei riguardi delle conseguenze drammatiche
derivanti dalla continua perdita delle risorse genetiche.
In
altre parole, anziché impegnarsi nello studio delle cause e dei rimedi
corrispondenti ed usarli, è accaduto che, con le continue semine dei
pesci di allevamento (a prescindere dalla loro efficacia), si è
avviato un processo di riduzione delle differenze genetiche tra i
vari corsi d’acqua che porta inevitabilmente alla completa
sostituzione delle differenti popolazioni locali con pesci standard
domestici. Voglio solo ricordare, e qui ribadisco ulteriormente il
concetto visto prima, che la genica una volta persa è persa per sempre
e con essa viene anche a perdersi anche la cosiddetta fitness che
e il frutto appunto dell’azione combinata di genetica e ambiente
necessaria per la conservazione e perpetuazione di una popolazione.
Quando
i pesci muoiono, e talora in modo massiccio ed evidente, è facilmente
visibile ed apprezzabile un po’ a
tutti noi, perché vengono a galla e quindi ne possiamo
apprezzare purtroppo i bianchi ventri. Invece per altri animali, come i
gamberi ad esempio, questo sfugge ai più perché sono animali
sostanzialmente legati al fondo e quindi possono essere oggetto di
mortalità massicce senza nessun apprezzamento neanche del
pescatore.
Quando
i pesci muoiono, talora anche in modo massiccio e evidente, quasi sempre
un capro espiatorio vede identificato, in modo semplicistico, in un
probabile evento inquinante. Però non sempre questo corrisponde al
vero, mentre è purtroppo vero che tali episodi nella maggior parte dei
casi sono strettamente dipendenti da errori umani. Di solito nessuno
parla di stress, che rappresenta una delle maggiori cause quasi
sempre sottovalutate di malattia e di mortalità, e qui apro una piccola
parentesi per quanti forse non sanno identificare il problema.
Oggi
lo stress riveste, per le molteplici implicazioni che lo determinano, un
ruolo fondamentale per il benessere dei pesci soprattutto per quelli
allevati artificialmente; al pari di ogni altro organismo vivente, anche
i pesci, sia allevati che selvatici, possono subire determinati stimoli
esterni che inducono uno stress più o meno grave. Una situazione
stressante si può identificare in qualcosa che origina preoccupazione
per la sicurezza ed il benessere dell’individuo, ne consegue che in un
tale stato ogni energia disponibile viene concentrata sullo specifico
problema insorto con l’obbiettivo di mantenere invariata la sicurezza
ed il benessere.
Qualora
vengano alterate le normali condizioni fisiologiche il pesce mette in
pratica tutta una serie di interventi e di meccanismi per tentare di
mantenere l’equilibrio originale a fronte del cambiamento delle mutate
condizioni. Ecco allora che gli animali quando vedono, odono o fiutano
qualcosa che può essere percepito come una minaccia alla propria
integrità fisica, sotto l’impulso di stimoli nervosi, liberano nel
sistema circolatorio ormoni capaci
di raggiungere specifiche parti del loro corpo, ove provocano
reazioni ed alterazioni.
Qui
andiamo a vedere un po’ nel dettaglio le implicazioni sanitarie: detti
ormoni modificano il normale stato fisiologico dell’animale, provocano
diversi fenomeni quali ad esempio soppressione del sistema immunitario,
cambiamento della permeabilità delle membrane branchiali e
sconvolgimento delle funzioni renali. Tali alterazioni fisiologiche sono
in grado anche di sopprimere le reazioni infiammatorie intorno alle
ferite, anche le più banali e di bloccare la capacità del pesce di
mantenere l’equilibrio osmotico. E’ sufficiente un singolo fattore
stressante per innescare una reazione a catena, i cui effetti sono in
grado di perdurare vari giorni o anche settimane dallo stress iniziale.
Nel breve periodo possono pur dar luogo ad effetti positivi, consentendo
all’animale di distrarre energia dai fabbisogni metabolici di base e
di mantenimento per metterle a disposizione delle immediate necessità
di sopravvivenza.
A
lungo termine invece i cambiamenti indotti diventano controproducenti,
da cui derivano tutta una serie di fattori negativi sopratutto a livello
di allevamento, quali ad esempio un calo ponderale dell’animale. In
generale i fattori di causa di stress nei pesci sono molteplici e
sovente strettamente dipendenti da condizioni ambientali non idonee,
sia per le specie allevate che per quelle selvatiche, come pure
da errori gestionali, come cattura (in fiume con l’elettrostorditore),
maneggio e trasporto degli animali senza particolari cautele, senza
anestesia e così via. Ricordo a tal proposito i frequenti casi di
mortalità così detta “differita”, che accadono nei pesci quando a
seguito di ripopolamenti sono immessi magari in malo modo, in un
ambiente naturale, provocandone la morte anche ad una settimana dalla
loro semina.
Sempre
a proposito di sanità dei pesci selvatici, che già da soli hanno i
loro problemi di sopravvivenza con una mortalità media del 40 % (che
arriva a 70% per quelli allevati), questi sono soggetti a malattie
naturalmente presenti nel fiume, che sovente si associano ad altre
patologie passivamente veicolate attraverso impianti ittici posti nelle
immediate vicinanze. Le malattie non incidono come entità a se stante,
ma sono la risultante di tutta una serie di fattori predisponenti che,
stressando gli animali, li rendono facile preda degli agenti
ittio-patologici.
Il
pesce stressato si ammala più facilmente in quanto, a causa del già
citato indebolimento, il suo organismo non riesce a difendersi da quei
nemici che sono gli agenti patogeni presenti in maniera più o meno
diffusa nell’acqua. Ma la sola presenza di tali agenti non è
sufficiente a determinare nel pesce l’insorgenza della malattia, se un
pesce in ottimo stato fisiologico entra in contatto con un agente
patogeno difficilmente questo contrae malattia, affinché questo avvenga
generalmente deve esserci la contemporaneità dei tre fattori: presenza
del pesce, presenza del patogeno e presenza di stress. Infatti virus più
pesce non vuol dire sempre malattia, mentre virus più pesce più
degrado ambientale può farla sviluppare. Quest’ultimo fattore – il
degrado ambientale - essendo fattore di stress può essere fondamentale
a far sviluppare nell’animale un progressivo indebolimento e quindi
una particolare predisposizione ad ammalarsi. Lo stress può essere,
inoltre, provocato da una troppo frequente presenza umana, da violenti e
repentini sbalzi della temperatura dell’acqua, ecc.
Un
ecosistema acquatico poi ospita numerose comunità animali, diverse dai
pesci, che possono diventare potenziali focolai di infezioni od agire
come ospiti intermedi, come gli stessi gamberi d’acqua dolce, nel
ciclo di molti parassiti.
Gli
agenti patogeni nemici dei pesci sono virus, batteri, parassiti e
miceti; le malattie virali raramente e per fortuna colpiscono i pesci
selvatici; i batteri al confronto incidono in modo abbastanza costante
sulle popolazioni selvatiche, malattie parassitarie e micotiche si
riscontrano invece indistintamente sia nei selvatici che in quelli
allevati.
Tra
le malattie batteriche che possono colpire popolazioni ittiche
selvatiche ricordo la particolarità di alcune patologie così dette specie
specifiche, trasmissibili verticalmente di padre in figlio, che in
pochi anni sono in grado di azzerare gli animali che sono presenti
nell’intera asta fluviale. E’ il caso della cosiddetta nefrite
batterica, che, anche per i suoi effetti subdoli, per la sua
trasmissione sia per via verticale che orizzontale, deve essere tenuta
nella debita considerazione. A titolo di cronaca e senza entrare nei
dettagli tecnici, pesci colpiti da nefrite batterica presentano
solitamente un decorso cronico che talora evidenzia anche lesioni
vistose: ascessi di varia grandezza a carico del fegato, rene, milza e
gonadi. Con nefrite batterica cronica o latente, invece gli animali
risultano facilmente portatori della malattia, talora senza alcun segno
apparente, che continua per generazioni e generazioni tra pesci presenti
nell’ambiente soprattutto in un ambiente ristretto. I batteri passano
quindi nelle feci dei pesci infetti, costituendo una continua fonte
inquinante dell’acqua che va così ad infettare altri animali
attraverso lesioni cutanee, ecc.
Un
capitolo a parte già accennato precedentemente, che non tratterò per
motivi di tempo, è quello degli uccelli ittiofagi, intesi in questo
caso come portatori e veicoli passivi e attivi di malattie
dell’ittiofauna alloctona e della loro diretta implicazione appunto
nella trasmissione di malattie da un allevamento ad un altro o da un
corso d’acqua ad un altro, anche alcune centinaia di chilometri tra un
sito e l’altro.
Come
già detto più volte, il danno recato nella maggior parte dei casi è
erroneamente imputato ad inquinamenti o più semplicemente a eventi
artificiali. A fronte di tutto ciò risulta quindi determinante
salvaguardare l’aspetto sanitario sia degli animali allevati sia di
quelli selvatici e inselvatichiti. Se i primi di norma sono certificati
all’origine, attraverso tutti i relativi protocolli, gli altri
dovrebbero essere costantemente monitorati. La gestione sanitaria non si
deve esaurire perciò nella semplice acquisizione della certificazione
del pesce seminato, ma deve proseguire col monitoraggio del territorio,
attraverso specifici studi e ricerche, al fine di costituire un primo
inventario sanitario di quelle specie ittiche in grado di trasmettere
agenti eziologici più importanti, ai fini di una maggiore sopravvivenza
dei pesci, secondo un preciso protocollo, che tralascio di riportare per
motivi di tempo.
Solo
così i successivi interventi di cattura e riproduzione artificiale, per
esempio attraverso gli incubatoi di valle, d’immissioni alieutiche e
comunque di ogni altra attività gestionale, potranno essere mirati,
prediligendo magari quei siti indenni ed intervenendo in modo adeguato
su quelli ritenuti inquinati o a rischio, ottimizzandone così la resa
con indubbi benefici sull’ambiente e sull’utente finale che è il
pescatore.
L’ultimo
punto che ho voluto portare alla vostra attenzione è strettamente
connesso con l’argomento, sia perché c’è un suo diretto
coinvolgimento con la
trasmissione di alcune malattie, sia per l’importanza ambientale e,
perché no, alieutica che ricopre ed è quello dei gamberi d’acqua
dolce. Chi non ha mai visto, catturato o assaggiato questo naturale
frutto dei nostri corsi d’acqua, particolarmente abbondante
soprattutto in quelli puri? Pochi sanno invece che in molti paesi questi
animali, oltre a costituire un prezioso bottino per i pescatori (ricordo
che una delle nostre specie autoctone raggiunge anche trecento grammi),
sono da tempo considerate ed utilizzate come dei veri e propri
bioindicatori della qualità del sito, soppiantando in alcuni casi
addirittura la classificazione delle acque attraverso i collaudati
macroinvertebrati. Ed è proprio per questo motivo che bisognerà
testare alcune metodologie, in parte già pubblicate
e perfezionate, per il monitoraggio e la diagnosi precoce degli
inquinamenti, in particolar modo di quelli a carattere cronico. Per fare
ciò si può utilizzare l’impiego degli stessi animali che vi abitano
come segnalatori della qualità ambientale, come appunto il gambero
d’acqua dolce. Esso è considerato in ambito europeo, come già detto,
il principale bioindicatore, che, grazie alla sua innata capacità di
accumulare nel proprio fegato, l’epatopancreas, specifiche sostanze
(metalli pesanti soprattutto), ci consente di acquisire tutta una serie
notizie pregresse su quel sito come un vero e proprio diario aperto. Un
esempio classico è l’atrazina.
In
molte nazioni, alieuticamente sviluppate, l’individuazione degli
indicatori di stress nei pesci è divenuta una prassi determinante per
la corretta gestione delle popolazioni piscicole selvatiche, la cui
lettura serve per meglio capire interpretare e, la dove è possibile,
risolvere le cause scatenanti. Tali metodi quindi, hanno una larga
applicazione per il monitoraggio delle acque libere ove i pesci
rappresentano, insieme agli organismi acquatici, il campanello di
allarme di situazioni ambientali avverse e delle connesse malattie. Un
esempio pratico è quello che ho personalmente condotto diversi anni or
sono in collaborazione con il Laboratorio Zooprofilattico di Udine e la
allora USL di Venezia su un Piano di monitoraggio per l’individuazione
degli indicatori di stress che colpiscono i prodotti ittici lagunari a
causa delle condizioni ambientali, in questa indagine è emersa ancora
una volta la diretta implicanza dell’ambiente con i casi di stress e
soprattutto di malattie su tutte le specie ittiche testate.
In
conclusione, quindi ribadisco che a fronte di ogni intervento di
gestione dell’ittiofauna è fondamentale predisporre ogni accorgimento
pratico che ne consenta la sopravvivenza e la riproduzione attuabile
oltre che con quanto dettato dalla carta ittica, anche con quanto emerso
dalle necessarie indagini sanitarie nelle acque pubbliche. Lo stesso
vale per i gamberi che per le ragioni viste dovrebbero essere
costantemente monitorati. Anche in questo caso, a fronte di ogni
intervento, bisognerebbe avviare un’indagine conoscitiva, che, tramite
un censimento di crostacei presenti per quantità e specie, evidenzi il
reale quadro della situazione, a tal proposito ad oggi solo il Friuli ha
redatto un inventario astacicolo, che proprio quest’anno viene
riaggiornato. Una volta chiaro il quadro della situazione bisognerebbe
poi predisporre, limitatamente al discorso gamberi, delle efficaci
metodologie di lotta, al fine di consentire, se non eradicare, almeno di
limitare le specie alloctone considerate dannose da un punto di vista
sanitario, e qui si dovrebbe aprire un capitolo sulla mancanza di
apposite leggi nazionali, che consentono tuttora l’introduzione
attraverso i normali canali commerciali, di gamberi provenienti dalle più
disparate parti del mondo, che hanno portato grossi problemi ben
visibili. Come quelli che, purtroppo, stanno accadendo da qualche anno
nel vicino lago di Massaciuccoli, dove ancora una volta la politica ha
prevalso sulla scienza.
Se
non vogliamo ulteriormente sfatare il noto proverbio “sano come un
pesce” la strada giusta sarà senz’altro quella del ripristino
ambientale e del costante monitoraggio dei corpi idrici, che permetterà
agli animali che vi abitano di vivere tranquillamente sani e in grado di
riprodursi in maniera autonoma, dove la “non semina” non sarà un
utopia, ma diventerà una norma e consentirà ai pescatori di prelevare,
da questa naturale risorsa rinnovabile, la sola produzione annuale al
netto delle perdite per mortalità naturale, ossia l’interesse senza
intaccare il capitale naturale (la popolazione ittica).
Mi
preme, a questo punto, solamente aggiungere due concetti in risposta
all’assessore, sulle esperienze di divieto di reimmissione in acqua.
Nella mia regione da diversi anni tale misura è stata voluta fermamente
dai pescatori locali, sia per quanto riguarda le esche vive, che il
pescato di specie alloctone; quindi è fatto divieto assoluto, con
sanzioni amministrative, di reimmettere a fine giornata, i pesciolini
usati per la pesca col vivo e soprattutto l’immissione in acqua di
alcune specie ittiche considerate dannose e ormai presenti nei nostri
corpi idrici, che sono il Siluro d’Europa, la Savetta e
il Naso. Il coinvolgimento diretto dei pescatori è necessario,
perché solo con l’aiuto loro si arrivano a risolvere determinati
problemi e solo con l’aiuto loro noi tecnici possiamo affermare
principi scientifici, perché divengano patrimonio comune.
Concludo
veramente dicendo che l’esame di pesca, che magari verrà visto da
molti pescatori come uno spauracchio, da noi in Friuli (seconda Regione
che si è dotata dopo il Trentino di questo strumento) funziona. Adesso
non è visto come uno scoglio insormontabile da parte del pescatore, ma
è considerato come uno strumento di conoscenza di tutte quelle
casistiche, di tutte quelle problematiche tecnico scientifiche, che poi
dovrebbero essere applicate e che solo così possono trovare il loro
consenso.
Grazie.
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