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Signor
Presidente, signori e signore convenuti, il tema di cui
parlerò tratta di quale contributo la pesca possa dare allo
sviluppo delle aree rurali.
E'
mia opinione che, prima di addentrarci in questo argomento, si
debba metterci d'accordo su cosa noi intendiamo per spazio
rurale. Il nostro è un paese nel quale la storia ha disegnato
il paesaggio e le attività, non c'è niente di naturale nella
nostra Toscana.
Dal
tempo degli Etruschi ad oggi il terreno è stato tutto
interessato da attività antropiche, c'è stata una gestione
più o meno bene effettuata, ma comunque il risultato che noi
abbiamo è il risultato di una profonda interazione delle
attività umane con il paesaggio naturale. Quindi
fondamentalmente noi dobbiamo continuare questa opera di
gestione tenendo conto di quelli che sono i panorami culturali
nuovi, che ci si aprono davanti, e le realtà contingenti che
abbiamo. E non c'e dubbio che in questi ultimi anni un fatto
di grande rilievo ha interessato il nostro paese e la nostra
Regione, vale a dire noi abbiamo avuto i concetti di fondo
della cultura urbana trasferiti in modo totalizzante nei
confronti del resto del territorio, al di fuori delle
città.
In
parole povere noi abbiamo vissuto una specie di colonizzazione
degli spazi rurali da parte dello strapotere della cultura
urbana, con l'affermarsi di modelli che abbiamo trasferito,
con conseguenze importanti, alla campagna. La cultura urbana,
che non ha dirette esperienze delle cose della campagna, ma ne
è in qualche maniera affascinata e presa, propone dei modelli
che sono modelli del tipo estetizzante e contemplativo della
natura. Allora ne viene fuori una situazione complessa, nella
quale da una parte si tende giustamente a conservare tutelare
e proteggere, ma dall'altra parte si può bloccare e impedire
lo sviluppo delle aree rurali.
Quando
nel cinquecento si parlava dei viaggi, delle realtà che si
incontravano, non se ne parlava in termini estetici, ma in
termini di funzione. Si ricordavano i paesi perchè li c'era
il ferro battuto, perché là si lavorava bene il cuoio,
perché c'erano dei prodotti agricoli di particolare e
significativa importanza, perché da un'altra parte c'erano
degli osti che accoglievano volentieri, dall'altra perché
c'erano dei malandrini da cui ci si doveva difendere. Ecco, in
questo tipo di territorio esisteva il paese, non c'era posto
per gli aspetti estetici, prevaleva una considerazione
potremmo dire antropologica ed economica .
Allora
noi dobbiamo, alla luce delle sensibilità odierne, tornare a
ragionare in questi termini e occorre che sia lasciata agli
spazi rurali una dimensione nella quale muoversi ed operare,
attribuendo ai suoi cittadini quello che noi possiamo chiamare
un "credito" di buonafede, che spesso e volentieri
il criterio della difesa e della tutela fa venir meno. Per cui
se io penso che qualcosa si deve sviluppare nella Valtiberina,
nel Casentino, sono comunità locali che me lo dicono, me lo
chiedono. Poi io troverò il modo mediante il quale, in un
quadro di governo complessivo del territorio, si combinano le
giuste esigenze locali con quelle che sono le istanze
generali. Fatto questo tipo di premessa e stabilito che il
nostro concetto di spazio rurale corrisponde esattamente a
quello che la carta europea della ruralità ci dice, noi
possiamo passare a fare alcune altre considerazioni.
Quando
si pensa allo sviluppo rurale qualche volta siamo tentati di
fare una riflessione che potremmo chiamare economica, che non
deve però scadere in una concezione economicistica, quindi
limitativa di quelle che sono le propensioni, le pulsioni, le
volontà. Perché, vedete la pesca è una cosa che, oggi come
oggi, si collega al viaggio, allo spostamento, il pescatore è
uno che va, non esiste più soltanto una pesca di chi, vivendo
sulle sponde di un fiume va su quel corpo idrico e basta. La
gente si muove, cerca nuove esperienze, fa quello che noi
possiamo chiamare del turismo comunque culturale, e che cos'è
il turismo? Il turismo è un'esperienza che si può
raccontare, chi va in luoghi esotici e nuovi porta con se non
soltanto il momento della vacanza, la vacatio, la liberazione
dall'esperienza del quotidiano, ma una cosa che trasmette in
qualche maniera agli altri, che in qualche modo lo nobilita e
lo fa degno d'attenzione.
Allora
è abbastanza chiaro che se il turismo, se il modo di andare
in giro è una cosa che si può raccontare, noi dobbiamo
offrire a quelli che sono i nostri potenziali visitatori delle
cose che si possono raccontare e queste cose che si possono
raccontare non stanno nel mirabolante e nello straordinario,
ma stanno nel recuperare quei valori che si diceva prima,
propri del paese del cinquecento e degli anni
successivi.
Noi
vorremmo che coloro che frequentano gli spazi rurali non
fossero in qualche maniera vittime di un senso unico, il
nobile senso della vista, ma si arricchissero in qualche modo
di ciò che altri sensi consentono di acquisire: il tatto,
l'olfatto, il gusto. Sensi sicuramente meno nobili, che ci
preparano alle valutazioni estetiche, ma certamente più
concreti e che si fissano fortemente nella memoria.
E
allora vediamo un po' come si applica tale approccio al campo
della pesca sportiva, partendo dal considerare la figura del
pescatore. Figura che ha almeno tre grossi filoni di
definizione. Uno è quello del pescatore sportivo, agonistico,
colui che gareggia, e questo evidentemente richiede degli
spazi e un'organizzazione dell'offerta di tipo particolare,
che sia finalizzata ai suoi obbiettivi. Poi c'è il pescatore
che va in giro alla ricerca di semplice svago. Infine c'è il
pescatore specialista, che va in giro alla ricerca di emozioni
che stanno racchiuse nel disegno della pesca. Pensiamo a
quanti dei nostri dicono, "ma noi andiamo in Slovenia,
noi andiamo in Scozia, noi andiamo ..", e poi risulta che
spendono in Slovenia 90 marchi al giorno per andare a pescare.
Io sono fermamente convito che con 90 marchi al giorno, anzi
con meno della metà, in una realtà come la nostra italiana,
saremmo in grado di organizzare delle offerte non molto
distanti da quelle Slovene. D'altra parte nessuno è profeta
in patria e spesso le idee sviluppate da noi hanno delle
difficoltà a svilupparsi e a trovare consensi. Ebbene questo
tipo di pescatore che va in cerca di una qualche sensazione,
che stia un po' più in la del semplice rapporto con l'acqua e
con la fauna ittica, è un cittadino, uno che ha delle
pulsioni normali e naturali.
Tocca
a noi pensare di introdurlo in un paesaggio che sia
sostanzialmente un paesaggio vivo, da cui ritrarne quel quadro
complessivo di sensazioni e di gratificazioni che si diceva
prima, che stanno in un sapiente esercizio di sensi. Noi
abbiamo in Toscana una massa indifferenziata di soggetti,
abbiamo circa 70 mila pescatori con la licenza, abbiamo i
ragazzini che fino a 12 anni pescano senza licenza, qualche
volta qualcuno che pesca per conto suo, per specifica ed
individuale gratificazione, e altri soggetti che amano unire
alla pesca il senso della gita, della partecipazione
complessiva della comitiva degli amici, oltre che della
famiglia. Ci siamo anche permessi di fare qualche piccolo
conto, quanto movimento di denaro, quanta ricchezza esprimono
in termine monetario 70 mila pescatori? Siamo arrivati a fare
dei conti complessivi che qui non analizzo, ma che grosso modo
ci portano ad una cifra superiore ai 300 miliardi di lire.
Questi 300 miliardi sono fatti di tante cose, attivano tanti
processi, dalle attività di produzione della buffetteria alle
attrezzature, fino alle attività di produzione di pesci per
il popolamento. E' una somma tutto sommato ingente, perché se
noi pensiamo che il prodotto complessivo dell'agricoltura in
Toscana è una cosa che sta intorno ai 3000 miliardi, l'idea
che un 10% sia mossa dalla pesca, non è poi una faccenduola
da buttare via. Se poi pensiamo che queste risorse vanno a
finire spesso e volentieri in quelle aree che l'Assessore
Vasai definiva marginali e che noi diciamo deboli,
sostanzialmente allora noi scopriamo che c'è una questione
che interessa ancora di più, perché c'è una finalizzazione
specifica al mantenimento di valori e risorse non
esigue.
In
questa regione che è la Toscana, dove c'è tanto osso e una
polpa limitata per quanto attiene agli aspetti produttivi
dell'agricoltura, noi abbiamo una quantità di situazioni che
sono produttivamente interessanti, perchè portano in se la
cultura, la storia, l'immagine, la qualità, la tipicità.
Sono cose da raccontare, che però stanno male sul mercato
perchè in un mercato globale sono perdenti, e possono
realizzare un valore aggiunto e rimanere sul mercato solo se
riusciamo a sottrarle al quadro generale. Io credo che il
prosciutto del Casentino abbia difficoltà a stare su un
libero mercato internazionale dei salumi, ma ha una sua
specifica qualità e vocazione a stare in un determinato
luogo, così come un'altra quantità di produzioni, che si
caratterizzano per una loro implementazione fatta di qualcosa
che va oltre il prodotto come tale, che è qualcosa di più di
quello che si misura e si pesa.
Questo
significa anche dare un forte contributo perchè le comunità
locali continuino a mantenere in piedi questo tipo di
tradizione. Noi siamo pieni in Toscana di queste realtà, che
possiamo offrire, fra i tanti, anche al popolo dei pescatori,
che andando in giro possono trovare qualcosa di più di quello
che è la semplice azione della pesca. Quindi questa
possibilità sostanzialmente c'è, cosa bisogna fare però
perché si concretizzi? Voi vedete che le rive dei nostri
fiumi sono sempre meno frequentate; io mi ricordo che anni fa
si potevano vedere famiglie, gruppi, persone che si spostavano
sulle rive, ma le rive erano naturalmente mantenute, per
un'infinità di ragioni.
Storicamente
lungo il fiume si facevano delle cose che garantivano un certo
tipo di accessibilità. Poi sono emerse questioni complesse
che hanno portato alle limitazioni di accesso alle rive da
parte dei proprietari dei terreni, una specie di legittima
difesa contro invasioni, che una volta erano non percettibili
perché si andava a piedi, ma che con l'avvento della
motorizzazione di massa sono diventate fortemente
percettibili. Voi sapete che, sotto gli aspetti del diritto
civile, mentre è consentito al cacciatore, in virtù della
licenza di caccia, il diritto di inseguimento e quindi il
transito nei terreni privati, al pescatore no; teoricamente
potremmo avere tutte le sponde dell'Arno vietate all'accesso,
per cui uno per venire in Casentino a pescare dovrebbe entrare
lungo le sponde dell'Arno a Pisa e rifarsi tutto il corso del
fiume e arrivare con comodo da queste parti. Questo è uno dei
problemi complessi che deve essere preso in
considerazione.
L'altro
problema complesso è quello della sicurezza. Nella rinomata
città di Firenze, alle Cascine, dove l'anno scorso si sono
tenuti i giochi mondiali della pesca, la manifestazione più
importante dell'annata per numero di partecipanti dopo le
olimpiadi… beh insomma io dico che se qualcuno va a pescare
la sera tardi (perché pesca l'anguilla di notte) e si trova
da solo, potrebbe anche incontrare qualcuno che gli ruba il
portafoglio.
Ci
sono dei problemi complessi, cose che hanno fatto sì che
un'infinità di utenti abbiano scelto i 'laghetti', che
offrono un minimo di servizio ed organizzazione, rispetto alle
acque pubbliche. Io credo che possiamo pensare di rimettere
insieme un'offerta non concorrenziale, non per distruggere i
laghetti, ma per rendere più varia la possibilità
d'interlocuzione del cittadino pescatore con le acque, e per
fare questo chi impegniamo? La Pubblica amministrazione in
un'azione sostanzialmente d'impresa?
In
realtà noi abbiamo di fronte due interlocutori e l'occasione
di oggi è un altro elemento che lo dimostra. Il primo
soggetto interlocutore importante sono i pescatori, le loro
associazioni e anche coloro che attorno a tali associazioni
operano. Penso al mondo dell'ambientalismo non settario, al
mondo agricolo. Perciò l'idea che la gestione delle acque
possa essere realizzata attraverso una seria di articolazioni
complesse, che vedano una iniziativa d'impresa delle realtà
locali, attraverso un rapporto con il mondo associativo e con
un mondo imprenditoriale, che noi possiamo definire operante
nell'ambito del no - profit, è possibile.
Non
vedo perché in effetti, cito per esempio il Casentino o
Montedoglio, non ci possano essere situazioni specifiche che,
accanto ad una produzione di valori culturali, non realizzino
anche una crescita di valori economici. Se noi attraverso la
pesca potremo trovare, non occasionali condizioni di
occupazione, un numero di posti di lavoro che possiamo
verificare, credo che potremo fare un grande passo in avanti,
avremo reso un grande servizio a chi ama la pesca e a chi ama
tutelare questo patrimonio delle acque. Tutto ciò che non si
usa compiutamente poi va a finire che si abbandona al disuso,
cade nei confronti di questo tipo di risorsa l'interesse e
l'attenzione.
Andare
a pescare non e' soltanto uno svago, è un modo per mettersi
in contatto con realtà storiche importanti, perché nel
nostro paese anche l'acqua è storia. Si tratta soprattutto di
creare una forte attenzione della società civile nei
confronti di un bene, l'acqua, che sta diventando sempre più
prezioso.
Aggiungo
che nella nostra storia recente noi leggiamo l'acqua
attraverso i media con una connotazione negativa, correlata
alle parole inquinamento e alluvione, non si parla dell'acqua
sotto gli aspetti positivi e preziosi. Se la nostra regione è
diventata quello che è oggi, penso allo sviluppo
straordinario nel Rinascimento, tutto questo è dovuto anche
all'acqua e se abbiamo il Duomo a Firenze lo dobbiamo anche
all'Arno del Casentino e al legname che esso
trasportava.
Questo
credo sia il messaggio che possiamo mandare e anche la
posizione della Regione Toscana, nella persona dell'assessore
Barbini, con il quale ho collaborato nella stesura di questo
mio intervento in accordo anche con l'Amministrazione
Provinciale.
Grazie.
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