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Il
compito che mi è stato assegnato è quello di inquadrare geologicamente
l’evoluzione del bacino Arno – Tiberino, di modo che il Dr.
Porcellotti possa poi analizzare l’evoluzione dal punto di vista
dell’ittiofauna.
Vorrei
iniziare introducendo il concetto di tempo profondo, esso vige
oggi tra i geologi e che è confrontabile con quello di spazio
profondo degli astronomi.
La
frazione di tempo che c’interessa, che riguarda la storia naturale del
territorio qui in Toscana o dell’Italia Centrale, è qualcosa di
veramente infinitesimale rispetto alla durata della nostra Terra. La
Terra inizia 4 miliardi e 700 milioni di anni fa, mentre lo spazio di
tempo che ci interessa risale soltanto agli ultimi 3 milioni di anni,
quindi si tratta dell’ultima fettina della parte più alta degli
strati di roccia che potrebbe essere spessa decine e decine di
chilometri, la parte più alta che si chiama Fanerozoico è la parte più
studiata dai geologi perché è la più ricca di resti fossili visibili,
infatti tutto il resto della storia della terra è documentato da rocce
in cui i resti fossili sono di microrganismi per cui possono essere
osservati soltanto al microscopio.
L’ultima
fetta del Fanerozoico si chiama Era Cenozoica. Una sintesi schematica
della storia geologica della Toscana inizia nella prima delle tre Ere
dell’ultima fetta della storia della Terra, alla fine del Carbonifero
Permiano, poi lungo tutta la zona tirrenica c’è stato un abbassamento
del fondo marino, quindi c’è stato un accumularsi di strati sempre più
spesso, dovuto a questa subsidenza, fino ad arrivare a circa 3000 metri
di spessore.
Poi
verso la fine del Cenozoico, che è l’era in cui viviamo, c’è stato
un sollevamento abbastanza brusco, avvenuto nel Miocene. Il Cenozoico è
stato diviso in tre periodi o tre sistemi se parliamo di pacchi di
roccia, il Paleogene, il Neogene e il Quaternario. Quello che a noi
interessa è una fetta del Pliocene che iniziò circa 5 milioni di anni
fa, fino ad oggi. Infine abbiamo il Pliocene, il Pleistocene e
l’Olocene, Pleistocene e Olocene designano il Quaternario.
Oggi
la stratigrafia è diventata molto raffinata, si può fare minuta sulla
base sia dei fossili marini soprattutto microrganismi planctonici
marini, sia dei mammiferi piccoli e grandi.
Le
ultime tre fasi della storia della terra si chiamano Miocene, Pliocene e
Pleistocene, in queste tre tappe della storia della Terra i continenti
avevano già assunto la configurazione più o meno attuale con alcune
differenze; per esempio all’inizio, nel Miocene, si formò il mar
Mediterraneo, prima di questo c’era un grande oceano che
trasversalmente partiva dall’Australia, dall’India, attraversava la
penisola Arabica e quello che è l’attuale Mediterraneo e poi si
spingeva attraverso l’Atlantico, fino al Pacifico. Questo grande unico
oceano nel Miocene venne ad interrompersi dando vita al mar
Mediterraneo. La parte settentrionale era come un golfo spinto verso
oriente, che poi piano piano andò prosciugandosi dando origine al Mar
Caspio, il Mar Nero, e quindi i mari orientali mentre la parte
meridionale diventò l’attuale Mediterraneo. Notiamo che nel Miocene
le due Americhe erano staccate dal mare mentre durante il Pliocene ci fu
la connessione dell’istmo di Panama con scambi di faune tra un
continente e l’altro.
Nel
Pleistocene (siamo già nel quaternario) si formarono grandi calotte
glaciali per le quali ancora oggi non esiste una spiegazione della loro
formazione, ma si formarono in maniera ripetuta alternandosi a periodi
interglaciali più caldi. L’estensione della calotta di ghiaccio nei
momenti di massima espansione arrivava a coprire praticamente tutto il
Canada fino al confine degli Stati Uniti, mentre nell’Eurasia copriva
quasi tutta l’Europa settentrionale e parte della Siberia. Durante le
espansioni glaciali, che cominciarono a farsi sentire qui in Europa 800
mila anni fa, nei momenti interglaciali c’era una foresta di tipo
temperato, mentre quelle a conifere erano confinate soltanto
nell’Europa del nord. L’Europa centrale, fra il grande ghiacciaio
settentrionale e quello alpino, era caratterizzata dalla tundra, quindi
non c’erano alberi mentre il sud era popolato da foreste di alberi
nani anche se non si può parlare di foreste vere e proprie ed è più
corretto parlare di tundra parco.
Per
capire com’è cambiato l’habitat biologico in questo periodo bisogna
fissare tre date. Tutta l’era Cenozoica è stata caratterizzata da un
cambiamento climatico graduale in senso freddo. Questo è stato
determinato dal fatto che il continente antartico dopo aver girovagato
per centinaia di milioni di anni, andò a situarsi dove ora c’è il
polo sud, e quindi si congelò. Da quel momento il clima è cambiato, il
cambiamento è avvenuto in maniera graduale però ci sono state tre
grandi punte di freddo, una tre milioni di anni fa all’inizio del
pliocene medio, una due milioni e mezzo di anni fa e un’altra 800 mila
di anni fa. Questo tratto di tempo che va da tre milioni a otto mila
anni fa, è chiamato dai paleontologi dei mammiferi Villafranchiano, in
questo tratto di tempo c’è sto un cambiamento della fauna, da fauna
di tipo terziario cioè Cenozoico arcaico, alla fauna di tipo moderno.
Parallelamente anche le piante subirono dei cambiamenti, poco prima di
tre milioni di anni fa l’intera Europea era popolata da foreste sia di
conifere che di caducifoglie che arrivavano fino al mare. Queste foreste
erano caratterizzate da Sequoie, dal Cipressi di palude, che crescono
proprio in zone paludose tanto è vero che le radici presentano quelle
specie di pneumatofori ossia radici che vanno a cercare aria come nelle
foreste di Mangrovie, e poi altre piante come ad esempio il Cedro, la Zuga,
e altre piante conosciute come piante esotiche come l’Iriodendron,
il Liquidambar, che produce una specie di resina usata in
cosmetica, il Cinnamomo, l’Albero della canfora e un albero della
gomma, le Magnolie, il Noce, l’Ippocastano, il Platano; tutte queste
piante erano diffuse in tutta Europa e quindi anche in Italia. Potete
quindi immaginarvi l’ambiente dell’Italia Centrale poco prima di tre
milioni d’anni fa con questo tipo di foreste, tutte piante che noi
conosciamo come non originarie dell’Europa.
In
queste foreste esistevano determinati animali e in particolare c’erano
dei proboscidati molto caratteristici, come il Mastodonte di Borson
e il Mastodonte dell’Alvernia. Assomigliavano ai nostri elefanti, ma
erano più tozzi, più bassi, più lunghi in senso antero-posteriore e
presentavano dei denti a tubercoli oppure a creste taglienti e quindi
adatti a masticare vegetali, tenere foglie o germogli, adattati ad un
ambiente forestale umido come quello che abbiamo prima descritto.
Dopo
tre milioni d’anni fa, soprattutto dopo due milioni e mezzo d’anni
fa, ci fu un cambiamento climatico in senso freddo, quindi cominciò ad
estendersi la prateria in Europa, c’erano sempre meno alberi e
entrarono emigranti asiatici come i primi veri e propri Elefanti; il
Mammut meridionale è il più antico, di cui sono stati rinvenuti resti
fossili anche qua nei laghi della zona dell’aretino e del fiorentino,
un altro esemplare è stato rinvenuto a Farneta da Don Felici e alcuni
di questi scheletri si trovano nel museo di Paleontologia di Firenze. Il
Tapiro, attualmente è un mammifero che vive nelle foreste della Malesia
e dell’America meridionale, nell’Amazzonia, in quel tempo viveva
anche in Europa però dopo due milioni e mezzo d’anni fa andò in
estinzione. Il Rinoceronte Etrusco, che è durato più a lungo, fino a
circa 800 mila anni fa e forse anche dopo. C’erano all’inizio degli
Equidi, delle specie di cavalli con tre dita, gli Ipparion, e poi
c’erano i veri e propri Equidi, vale a dire Cavalli con un solo dito e
il più antico fu la Zebra di Stenone che venne dall’Asia e popolò
tutta l’Europa Occidentale. Poi una serie d’Antilopi, il Cinghiale
di Strozzi, carnivori come il Ghepardo, la Iena, felini dai denti a
sciabola, il Megantereo e l’Omotereo; tutti questi animali hanno
caratterizzato il Villafranchiano.
Nel
frattempo sempre nel Villafranchiano si era rinnovata anche la flora nei
periodi temperati c’era una foresta simile a quella attuale, c’erano
conifere con il Tasso, il Peccio, l’Abete, il Ginepro, e poi foreste
caducifoglie con Querce, Faggi, Castagni, Olmi, Ontani, Carpini,
Noccioli, Tigli, Pioppi, Aceri, Frassini. La flora quindi era già di
tipo moderno, anche se i mammiferi erano forme che richiamano il
terziario. Negli interglaciali particolarmente caldi c’era l’Alloro,
il Bosso, l’Agrifoglio e l’Edera. Nei momenti che preludevano i
glaciali invece la foresta diventava a base di Betulle Salici, Pini e
Larici, ambienti tipici che preludono alla tundra. Quindi il
Villafranchiano va da tre milioni di anni fa fino a 800 mila anni fa. Da
800 mila anni fa fino ad oggi abbiamo il Pleistocene medio e il
Pleistocene superiore.
Nel
Pleistocene medio entra la fauna di tipo moderno, i Mammiferi di tipo
attuale come Lupi, Volpi, Orsi, sono le forme che popolano ancora oggi
il continente, insieme ad alcune specie che sono andate in estinzione.
Una di queste è il Mammut lanoso, caratteristico perché nei molari
aveva lamelle di smalto al posto di tubercoli o creste, quindi una
specie di macine adatte a triturare l’erba e non più foglie, queste
lamelle diventano sempre più fitte mano a mano che il clima peggiora.
Altro tipo di Elefante che popola i momenti interglaciali successivi è
l’Elefante antico, che nelle isole ha dato anche origine a forme nane
(in Sicilia nelle isole dell’Egeo ecc.).
Nel
Pliocene quando il clima era un po’ più caldo, il livello del mare
era più alto per lo scioglimento dei ghiacciai. All’inizio del
Pleistocene l’Italia si presentava con questi bacini interni, qui ci
sono due fattori, da una parte l’innalzamento dell’Appennino,
dall’altra i fenomeni di oscillamento del livello marino dovuti agli
scioglimenti dei ghiacciai. Nei momenti di massima espansione glaciale
il livello del mare si abbassava notevolmente. L’innalzamento
dell’Appennino è avvenuto con delle fratture sia in senso Nord-Ovest
Sud-Est sia in senso trasversale, che hanno dato origine a degli alti e
bassi strutturali, gli alti sono diventati dei rilievi e i bassi sono
diventati dei bacini che si sono riempiti o di acqua marina o di acqua
dolce quelli più interni. Si formarono una trentina di questi bacini
lungo l’Appennino che stava emergendo. Quelli che a noi interessano
dell’Italia centrale sono i bacini lacustri principali. Il più
immenso di tutti era il lago tiberino con questa strana forma a Y
rovesciata. Nei sedimenti lacustri del Valdarno ci sono per lo meno
quattro formazioni la più antica è il Gruppo di Castelnuovo dei
Sabbioni. All’origine si formò un piccolo lago in cui sono stati
rinvenuti resti di Sequoia, di Liquidambar, di Lidodendron e poi il
Mastodonte di Borson, il Mastodonte dell’Alvernia (quindi siamo nella
parte bassa del Villafranchiano), poi il lago si è interrato perchè i
fiumi che vi sfociavano lo hanno colmato, poi i movimenti
dell’Appennino lo hanno inclinato di nuovo, si è formato un bacino più
grande, che rappresenta la parte più consistente dei sedimenti del
Valdarno, il Gruppo di Montevarchi. In queste argille sabbiose sono
stati rinvenuti molti animali tipici del Villafranchiano tra questi la
Zebra di Stesone, il Cinghiale di Strozzi, l’Eucladocero, il Mammut
meridionale ecc. Nella parte bassa del Valdarno i sedimenti sono più
recenti e quindi ci sono animali di tipo moderno come il Cavallo, il Bue
selvatico, il Cervo, il Mammut lanoso.
La
Valdichiana presenta sedimenti analoghi al Valdarno, però non ci sono
sedimenti più antichi, cioè ci sono sedimenti che risalgono al
Villafranchiano tipico, in più ci sono anche altri animali come
l’Ippopotamo.
Il
bacino tiberino che partiva con il ramo verticale che arrivava fino a
Perugia poi si divideva in due parti, una andava verso Spoleto e una
andava verso Todi e questa era anche la più profonda, raggiungeva circa
1500 metri di profondità. In questo bacino ci sono sedimenti più
antichi con le Sequoie e il Mastodonte di Borson e sedimenti che invece
risalgono alla fine del Villafranchiano a Pietrafitta. In tutti questi
bacini ci sono sempre dei livelli di lignite contenenti Mammiferi.
Nella
località di Dunarobba, vicino Vigliano Umbro, c’è addirittura una
straordinaria foresta di Sequoie che risale sempre alla fine del
Villafranchiano, con tronchi anche di un metro e mezzo di diametro
piantati in posizione naturale, alti anche fino ad otto metri di
altezza. Si tratta di un nucleo particolarmente favorevole perché le
Sequoie avrebbero in questo periodo già dovuto estinguersi, però in
tale zona hanno trovato probabilmente un clima favorevole rispetto a
tutto il resto d’Europa.
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