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Il
distretto faunistico Arno-tiberino, come gli altri distretti italiani,
ha un’origine antica da cinque a tre milioni e mezzo d’anni, lasso
di tempo che ha visto l’alternarsi di fasi di climatiche e geologiche
che hanno inciso profondamente sul popolamento ittico dei suoi bacini. A
causa della formazione di spartiacque (catena appenninica) il bacino
Arno-tiberino ha avuto storia separata rispetto alle restanti aree
fluviali d’Italia e d’Europa.
Nei
corsi d’acqua del bacino erano inizialmente presenti i ceppi
ancestrali dei pesci tipici dell’area europea, come i Ciprinidi dei
genere Rutilus, Leuciscus e Chondrostoma, i già
stabilizzati generi Esox e Tinca, i Salmonidi primitivi e
vari gruppi di Cottidi e Perciformi. A causa del successivo isolamento
zoogeografico, i gruppi originari si sono modificati determinando delle
forme caratteristiche, come ad esempio la Rovella per il genere Rutilus
o la trota Macrostigma per il gruppo dei Salmonidi, che hanno
caratterizzato fortemente il nostro popolamento ittico, ancora ricco di
interessanti endemismi.
Questo
popolamento ittico strutturato è perdurato, quasi intatto, fino circa
la metà dell’800, con una biodiversità composta da circa 12 specie
ittiche.
Con
l’avvento dell’ittiocoltura si assiste, in seguito, all’introduzione
di nuove specie attraverso vari intervento di ripopolamento. Arriva
così il Persico Reale, La Trota Fario, si potenzia la presenza della
Carpa (già introdotta in epoca romana), si introduce la Savetta ed il
Barbo Italico.
Successivamente,
tra la fine dell’800 e la fine della seconda guerra mondiale, vengono
introdotte varie specie nord americane: la Trota Iridea, Il Persico
Sole, Il Persico Trota ed il Pesce Gatto, assieme all’Alborella ed al
Carassio, entrambe provenienti dall’area padana.
Questa
composizione della fauna ittica è rimasta stabile circa fino agli
ultimi 10 – 15 anni. Con l’abolizione delle barriere doganali, a
causa dell’unificazione europea, assieme all’aumento di facilità
nei trasporti grazie alle migliorate infrastrutture viarie, comincia il
vero dramma delle nostre specie autoctone.
Sembra
che l’aumento del rischio di estinzione della nostra ittiofauna, sia
direttamente proporzionale all’aumento di capacità di spostamento
delle persone.
In
passato, ad esempio, era difficile andare a pescare in luoghi lontani,
rientrare con il pesce ancora vivo e immetterlo in acque libere,
esisteva una specie di barriera economico - geografica che inibiva l’ingresso
di specie alloctone. Con la rimozine di questa barriera stiamo
assistendo ad un arrivo, continue e costante, di specie esotiche o
europee alloctone, come il Siluro, il Pesce Gatto Punteggiato, il Pesce
Gatto Africano, la Pseudorasbora, il Barbo Europeo, vari Barbi di
origine iberica e così via.
L’introduzione
di queste specie si sta rivelando altamente pericolosa per il
mantenimento della biodiversità in generale, e per la stabilità delle
popolazioni della nostra fauna ittica autoctona in particolare.
Varie
cause concorrono a fare di questi “stranieri” un vero pericolo
mortale: inquinamento genetico, competizione alimentare, introduzione di
organismi patogeni e malattie virali, sono la conseguenza di incaute
immissioni. Per questi motivi la comunità ittica dei fiumi aretini
risulta fortemente compromessa.
La
comunità Ciprinicola tipica dell’Arno, all’altezza della provincia
d’Arezzo, era rappresentata nelle zone vallive da carpa, Tinca,
Scardola, Rovella, Vairone Appenninico, Cavedano Etrusco, Cavedano
comune,Barbo Canino e una sottospecie di Barbus plebejus
(probabilmente scomparsa a causa di inquinamento genetico causato dall’immissione
dei “cugini” del nord Italia) e un Barbo, che doveva essere la
famosa varietà Barbus tyberinus, già esaminata dal grande
Ittiologo Bonaparte verso la metà del 1800, probabilmente sopravvissuto
in Arno fino ad una venticinquina di anni fa, quando si cominciò ad
immettere il Barbus plebeius proveniente dalla zona Padana.
Riguardo
al Barbo Tiberino, mi diceva il Prof.re Mearelli, probabilmente risulta
ancora presente nella bacino Altotiberino.
Per
quanto riguarda i Salmonidi, e più precisamente la Trota, dobbiamo
rilevare che esiste una discreta discussione per definire la Trota Fario
come trota indigena. Questione che probabilmente resterà irrisolta.
L’immissione
delle Trote di ceppo Fario, prolungato nel tempo, ha dato origine a
delle forme che probabilmente hanno dato origine a ceppi capaci di
riprodursi ed ormai perfettamente acclimatati. In carenza di fonti
letterarie attendibili, e data la lontana data d’inizio dei
popolamento con Trote di ceppo Fario (fine dell’800), non siamo più
di capire se le Trote preesistenti nell’Arno fossero state Macrostigma
o Trutta.
Qui
si aprirebbe il discorso sulla validità di tentare la reimmissione
della Trota Macrostigma, dibattito che ormai va avanti da un po’ di
tempo, ma che andrebbe affrontato in altra sede.
Erano
presente in buona quantità anche Gobidi e Cottidi. il Padogobius
nigricans, cioè il Ghiozzo di Ruscello o Ghiozzo Etrusco,
attualmente minacciado d’estinzione in Arno ma presente in buone
quantità nel Tevere.
Il
Cottus gobio, lo Scazzone, di cui esistono popolazioni relitte
nell’areale pistoiese, è probabilmente estinto nei bacini di Arno e
Tevere, ma sembra presente in quelli del Foglia e del Marecchia.
Lo
Scazzone è andato probabilmente in estinzione anche a causa delle
frequenti grosse immissione di Trote, salmonidi che si alimentano
prevalentemente di questo tipo di pesci, presenti anche nella parte alta
dei torrenti. Ricapitolando, fino a 25 anni fa la popolazione ittica
dell’Arno era abbastanza stabile, c’erano forti quantitativi di
pesce nel bacino, dove la biomassa principale era rappresentato dalla
Rovella.
In
seguito si sono verificati contemporaneamente un degrado climatico
generalizzato, un peggioramento delle condizioni ambientali, un aumento
del prelievo idrico, situazione aggravata dal punto di vista di certi
fenomeni d’inquinamento anche massivo che ha determinato morie ecc.
Per
la concomitanza di tutti questi eventi la popolazione è andata in crisi
ed è stata sostituita da altri pesci che sono stati immessi.
E’
il caso del Carassio e dell’Alborella, quest’ultima, infatti, non è
pesce autoctono del bacino Arno-tiberino; piuttosto potevano esserci,
anche se non ci sono dati concreti sulla loro presenza, delle
popolazioni di Alburnus albidus cioè dell’Alborella
appenninica.
L’Alborella
fu introdotta in massa verso la fine degli anni ’60, come pesce da
gara, e successivamente ha colonizzato prima i grandi bacini delle
nostre dighe escludendo completamente la Rovella che prima li popolava,
poiché l’Arborella è un competitore alimentare della Rovella e non
sono compatibili sullo stesso areale.
La
fauna ittica aretina costituiva un capitale unico nel suo genere,
originato in un lungo periodo di millenni, dobbiamo cercare disalvare il
salvabile e cercare di ripristinare l’antica composizione di bacino,
anche se la cosa è molto difficile anche a causa di specie che non
possono più essere eliminate, come l’Alborella.
Composizione
dell'Ittiofauna nella Provincia di Arezzo
Le
modificazioni intervenute nel popolamento ittico del territorio aretino,
dagli inizi del secolo ad oggi, consistono nella forte riduzione di
alcune specie autoctone e nell'introduzione di parecchie specie
esotiche.
In
questo secolo si è registrata l'introduzione di 17-23 (il numero reale
è di difficile verifica) specie esotiche; alcune di queste si sono
riprodotte in natura e vanno considerate acclimatate, altre continuano a
essere immesse.
Le
introduzioni sono state effettuate in tempi differenti, dalla fine del
secolo scorso ai giorni nostri, e sono avvenute sia volontariamente, per
scopi economico commerciali, ornamentali, di pesca sportiva o lotta
biologica, sia involontariamente, con specie sfuggite da allevamenti o
specchi d'acqua privati o immesse insieme ad altro materiale da
ripopolamento cui erano frammiste.
Alle
modificazioni nella composizione del popolamento ittico si sono aggiunte
profonde variazioni nella tipologia e nella consistenza delle comunità
dei singoli corpi idrici, con la riduzione o l'ampliamento dell'areale
di distribuzione delle specie indigene e la maggiore o minore diffusione
di quelle esotiche.
Specie
Autoctone o di antica introduzione e stabilmente acclimatate
Trota
Macrostigma
Salmo macrostigma
Ghiozzo
Etrusco
Padogobius nigricans
Scazzone
Cottus gobio
Cavedano
Etrusco
Leuciscus locumonis
Cavedano
Comune
Leuciscus cephalus
Barbo
Canino
Barbus caninus
Barbo
Italico
Barbus plebejus
Barbo
Tiberino
Barbus tyberinus
Rovella
Rutilus rubilio
Vairone
Leuciscus souffia
Lasca*
Chondrostoma genei
Tinca
Tinca tinca
Carpa*
Cyprinus carpius
Savetta*
Chondrostoma soetta
Scardola
Scardinius erythrophtalmus
Alborella**
Alburnus alburnus
Cobite
Cobitis taenia
Persico
Reale*
Perca fluviatilis
Luccio
Esox lucius
Anguilla
Anguilla anguilla
*)
Le specie contrassegnate dall'asterisco non sono autoctone, come nel
caso della Carpa, la loro introduzione è però antica e non ha causato
alcuna alterazione alla fauna primitiva. Per questo motivo vengono
incluse assieme alle altre specie tipiche dei nostri corsi d'acqua.
**)
L’alborella comune (Alburnus
alburnus) è stata introdotta in tempi recenti ma potrebbe essere
presente l’alborella appenninica (Alburnus
albidus). In assenza di studi a riguardo inseriamo provvisoriamente
questa specie tra le autoctone.
Specie
Alloctone o introdotte
Lucioperca
Stizostedion lucioperca
Persico
Sole
Lepomis gibbosus
Persico
Trota o Boccalone
Micropterus salmoides
Trota
Comune o Fario
Salmo trutta fario
Trota
Iridea o Arcobaleno
Oncorhynchus mikiss
Barbo
Comune
Barbus barbus
Amur
o Carpa Erbivora
Ctenopharyngodon idella
Triotto
Rutilus
erythrophtalmus
Pigo
Rutilus
pigus
Rutilo
o Gardons
Rutilus rutilus
Carpa
Testagrossa
Hypophtalmichthys
nobilis
Carpa
Argentata
Hypophtalmichthys molitrix
Pesce
Rosso
Carassius
auratus
Carassio
?
Carassius carassius
Abramide
o Breme
Abramis
brama
Blicca
Abramis blicca
Pseudorasbora
Pseudorasbora parva
Alborella
Carenata ?
Alburnoides
bipuctatus
Siluro
d’Europa
Silurus glanis
Pesce
Gatto Nero
Ameiurus
melas
Pesce
Gatto Punteggiato
Ameiurus
punctatus
Situazione
Attuale
Nelle
acque della provincia di Arezzo, con poche eccezioni dovute ai
ripopolamenti, si può senz'altro asserire che le specie meno tolleranti
e le migratrici obbligate o sono scomparse o hanno notevolmente ridotto
la loro presenza, mentre le più adattabili, tra cui parte di quelle
introdotte, si sono andate spesso affermando in maniera esplosiva
contribuendo a danneggiare ulteriormente le prime. La situazione attuale
delle 20 specie ittiche autoctone alle acque interne della provincia di
Arezzo si presenta abbastanza compromessa:
1)
Trota Macrostigma
= estinto
o rarissimo
2)
Ghiozzo Etrusco
= in
via d’estinzione o gravemente minacciato
3)
Scazzone
= estinto
o rarissimo
4)
Cavedano Etrusco
= gravemente
minacciato
5)
Barbo Canino
= gravemente
minacciato
6)
Barbo Tiberino = gravemente
minacciato
7)
Rovella
= gravemente
minacciato
8)
Vairone
= gravemente
minacciato
9)
Lasca*
= gravemente
minacciato
10)
Cobite = gravemente
minacciato
11)
Savetta*
= raro
o minacciato
Il
Barbo Comune (12), il Persico Reale* (13) ed il Luccio (14), sono in
forte sofferenza ma possono essere supportati mediante semine.
La
presenza dell’anguilla (15), vista la mancanza di scale di monta nei
principali bacini idroelettrici, dipende esclusivamente da periodiche
reimmissioni.
Vista
la mancanza di idonei quartieri riproduttivi, la presenza di Tinca (16)
e Carpa* (17) dipende fortemente da semine di materiale allevato in
cattività.
Godono
di ottima salute soltanto Scardola (18) e Alborella* (19) e Cavedano
Comune (20).
Tra
le specie alloctone vi sono invece casi d’esplosioni numeriche a
carattere infestante come nel caso del Carassio, del Carassio Dorato e
del Pesce Gatto Nero. Il Boccalone o Persico Trota si è perfettamente
acclimatato e minaccia la sopravvivenza di molti elementi della fauna
autoctona protetta (Tritoni, Salamandre ecc.). La Trota Fario è stata
immessa in quantità talmente esagerata da essere la causa principale
della sofferenza delle altre specie ittiche di torrente.
Esistono
anche segnalazioni (da verificare sulla presenza nei tratti inferiori
dell’Arno di esemplari di Lucioperca (Stizostedion
lucioperca), di Abramide (Abramis
brama) e di Rutilo (Rutilius
rutilus), sarebbero inoltre presenti esemplari di Siluro d’Europa
(Silurus glanis) nel bacino artificiale di Montedoglio.
A
tutela delle specie autoctone sarebbero auspicabili i seguenti
provvedimenti, in parte già accolti dall’amministrazione provinciale:
a)
Viene sospesa l’immissione, abolito ogni periodo di divieto e
la misura minima per il Persico Trota o Black Bass o Boccalone (Micropterus
salmoides);
b)
Rimozione intensiva per il Carassio (Carassius
carassius), Carassio Dorato (Carassius
auratus) e Pesce Gatto Nero (Ictalurus
melas);
c)
divieto di trasporto e detenzione, nel territorio provinciale, di
esemplari vivi di pesci non appartenenti alla fauna autoctona e non
utilizzati per scopi ornamentali (acquaristica);
d)
divieto di introduzione, nelle acque pubbliche e nelle private
collegate della Provincia di Arezzo, di specie ittiche estranee alla
fauna indigena, vietandone l'immissione nelle acque pubbliche e nelle
private collegate, ai sensi della 92/43/CEE, art. 22 par. b;
e)
è consentita l’introduzione di specie ittiche estranee alla fauna
indigena soltanto in acque private non collegate, a scopo alieutico,
ornamentale o alimentare, ai sensi della 92/43/CEE, art. 22 par. b;
f)
operare un censimento di tutti gli specchi d'acqua privati
utilizzati a scopo di pesca sportiva ed effettuare controlli sulle
specie ittiche presenti.
g)
viene vietata ogni forma di cattura o di uccisione intenzionale
di individui di Cavedano Etrusco (Leuciscus
lucumonis), Scazzone (Cottus
gobio), Cobite Comune (Cobitis
taenia), e di Ghiozzo Etrusco (Padogobius
nigricans), il divieto potrà essere rimosso se e quando si sia
verificato un cospicuo aumento numerico di dette specie;
h)
vengono vietati: la detenzione, il trasporto, il commercio, lo
scambio e l'offerta a fini di vendita o di scambio, di individui di
Cavedano Etrusco (Leuciscus
lucumonis), Scazzone (Cottus
gobio), Cobite Comune (Cobitis
taenia), e di Ghiozzo Etrusco (Padogobius
nigricans), prelevati in natura;
i)
viene vietata la perturbazione intenzionale delle specie Cavedano
Etrusco (Leuciscus lucumonis),
Scazzone (Cottus gobio),
Cobite Comune (Cobitis taenia),
e di Ghiozzo Etrusco (Padogobius
nigricans), segnatamente durante il periodo riproduttivo;
l)
sono consentite deroghe alle disposizioni precedenti soltanto per
considerazioni legate alla salute dell'uomo e alla sicurezza pubblica,
dopo aver sentito una apposita commissione di esperti, o ad altre
ragioni imperative d'interesse pubblico superiore.
Credo
che con questo convegno abbiamo gettato le basi per un nuovo modo
di gestire il territorio, fondato su considerazioni ponderate e sulla
collaborazione con le associazioni di pesca
sportiva e l’Amministrazione.
Grazie.
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