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1° Giornata di Ittiologia e Gestione Ittiofaunistica ad Arezzo.


DR. ALESSANDRO VOLIANI (ARPAT) 

FABIO CARINI (PROVINCIA DI AREZZO)


La Consulta Prov.le della Pesca di Arezzo, bilancio di una esperienza

Disponibile in formato Power Point 

  

FABIO CARINI

       

La mia esperienza decennale nella Provincia di Arezzo, che mi ha condotto ad occuparmi di pesca, ha visto dei passaggi importanti come quello che ha portato da una gestione prettamente rivolta al ripopolamento (questo era il compito principale dell’Ufficio Pesca ai tempi in cui sono arrivato), ad una presa di coscienza da parte dell’Amministrazione che le cose così non andavano. Così sono nati i primi progetti di studio e di ricerca, come quelli dei quali ci ha riferito prima il Prof. Mearelli e poi l’Ing. Secci e alla comparsa di alcuni pescatori motivati che poi sono un po’ la testa dell’esperienza della Consulta. 

  

Ciò ha dato inizio a forme nuove di gestione, come ad esempio quella di Amantini, vale a dire l’Area a Regolamento specifico del Presale.

  

Questi sono stati i punti che hanno modificato nell’Amministrazione Provinciale il modo di vedere la pesca e fatto prendere coscienza che è giusto anche affrontare, con un buon rapporto con tutte le forze interessate, da quelle ambientaliste ai pescatori, il problema della gestione.

  

Abbiamo parlato tutti di fauna alloctona e dei problemi che ha portato nella gestione delle acque. Sappiamo dagli studi che, sia nel Tevere che nel Foglia e Marecchia, per ora grossi problemi non ci sono. Forse nel lago di Montedoglio qualcosa sta succedendo, secondo gli ultimi campionamenti fatti. L’Arno si sa che ormai al di sotto delle dighe è molto compromesso, non si sa come poterlo recuperare, mentre a monte di Ponte Buriano l’Arno è in condizioni ancora non compromesse in modo tale da essere irreversibile.

  

Voglio arrivare a definire un po’ le Proposte dell’Amministrazione, che sono già state discusse in Consulta; quest’ultima ha fatto grandi passi in avanti dal momento della sua costituzione, ha trovato veramente motivazione, Ichthyos ne è stata un risultato. La nascita di Ichthyos ha dato un impulso non indifferente, ma soprattutto ho visto le associazioni di pesca affrontare i problemi con più obbiettività; oggi si parla di togliere il pesce anziché immetterlo, mentre dieci anni fa non sarebbe mai stato accettato. 

  

Stanno venendo fuori proposte di forme di gestione, che le associazioni locali stanno assorbendo, da valutare soprattutto in rapporto con il mondo dei pescatori. Ad esempio c’era la proposta di un’enorme area regolamentata per l’accesso al Lago di Montedoglio, è stata portata in Consulta, ci sono chiaramente dei dubbi, c’è una società di pesca sportiva, quella di Pieve Santo Stefano, che sembra convinta di poter portare avanti questo discorso, ma è tutto ancora da decidere.

  

Veniamo al programma che l’Amministrazione si è data. Innanzi tutto incrementare i dati disponibili sul nostro patrimonio - acqua, intendendo che devono essere destinate parte delle risorse, purtroppo sempre poche, a completare quelle fasi di ricerca e di analisi che ci hanno portato, per buona parte delle acque più importanti, la Valtiberina completa, ad avere una approfondita conoscenza e a permetterci di fare dei Piani di gestione con criteri non più empirici. Adesso mancano tutto il bacino dell’Arno, Casentino e Valdarno. Completare in questo senso la definizione della Carta Ittica, quindi una volta fatto uno studio approfondito sul bacino dell’Arno, potremo finalmente fare la Carta della Vocazione Ittica della Provincia di Arezzo. Nella proposta io avevo messo di definire per lo meno tre zone di passaggio di classificazione delle acque, ma da tutti e due gli studi fatti vengono fuori quattro zone, a differenza di quelle che la Regione indica attualmente, Salmonidi e Ciprinidi per le acque interne, per lo meno una terza ci vuole, quella di passaggio cioè dei Ciprinidi Reofili, quella che ci consentirebbe di gestire quella parte di acque che stanno in mezzo, e che sono di difficile individuazione per quello che sono gli interventi di protezione della fauna che in queste acque staziona.

  

Incrementare gli sforzi per le comunità ittiche originali significa fare una lotta alle specie alloctone invasive, che in alcuni casi sono diventate predominanti rispetto alle specie che caratterizzano le nostre acque. Definire come, se tramite un’ordinanza del Presidente o tramite una divulgazione e sensibilizzazione del mondo dei pescatori che interrompa la cattiva prassi di reintroduzione, dopo aver pescato, delle specie indesiderabili.

   

Una seconda fase, e che dovrà continuare nel tempo, specialmente nei bacini più grandi, cercare di fare delle pescate per cercare di eliminare queste specie alloctone. Ciò è difficile ed è anche difficile farlo capire ai pescatori, però come in Consulta è stato verificato, che c’è questo tipo di sensibilità, credo che possa essere trovata e trasmessa anche nei pescatori. Chiaramente dovrà essere data una contropartita, vale a dire mano a mano intervenire con la reintroduzione di specie autoctone, possibilmente prelevate dai nostri torrenti o da allevamenti che possano dare una garanzia, per esempio i centro Ittiogenico del Dr. Natali potrebbe essere un punto di riferimento. Quindi la contropartita è quella di fare capire ai pescatori che l’intenzione dell’Amministrazione non è quella di ridurre la presenza ittica nei corsi d’acqua, ma cercare di riqualificarla. Certamente per fare questo ci vorrà un po’ di tempo.

  

Poi coinvolgere i pescatori nel fare un continuo monitoraggio della qualità delle acque e della fauna ittica presente, come avviene nelle aree regolamentate. In questo senso infatti ci sono di grosso aiuto le aree a regolamento specifico, perché la presenza costante di un gestore, che poi sia un  Ente o una società o una persona fisica non cambia niente, consente di raccogliere i dati controlla, vigilare e avere, in ultima analisi, sempre e immediatamente il polso della situazione.

  

Altra battaglia, che forse non compete esclusivamente all’Ufficio Pesca, ma che deve essere di tutta l’Amministrazione provinciale, è quella contro l’inquinamento e a tutte le opere più o meno abusive, che purtroppo ancora ci troviamo di fronte. Quando poi riusciamo ad esprimere forme di controllo, a volte i nostri sforzi sono vanificati dalla mancanza di coordinamento fra enti. Tanto è vero che in alcuni casi abbiamo espresso pareri negativi e poi in Regione i progetti sono stati approvati. In questo credo che l’Amministrazione si deve impegnare molto, non soltanto con l’Ufficio Pesca, adesso stanno arrivando anche le competenze del Genio Civile e quindi potrà avere un’arma in più per lavorare in questo senso.

  

Infine volevo accennare ad un altro argomento. 

  

Stiamo portando avanti l’idea proposta da Ichthyos della realizzazione di un incubatoio di valle, che consiste nel creare delle strutture (il problema non è tanto la creazione delle strutture, quanto sapere dove crearle) che ci possano consentire di lavorare non solo nei Salmonidi, questo sarebbe abbastanza facile in quanto abbiamo un impianto di nostra proprietà, ma sopratutti sui Ciprinidi. In particolare si ritiene che alcune specie di Ciprinidi siano meritevoli di essere incrementate e che sia piuttosto facile recuperare dalle nostre acque le uova o tramite spremitura o avannotto, e  allevarli in delle strutture che ci consentano di poterli salvare da una quasi certa morte se rimanessero in un ambiente in cui in estate l’acqua si riduce a zero, l’ossigeno va sotto zero oppure l’acqua si surriscalda, insomma non ci siano le condizioni per garantire la sopravvivenza. E un’idea che sicuramente deve essere presa in considerazione, il problema principale che si trova di fronte l’Amministrazione è l’ubicazione di queste strutture oltre alla loro gestione, quindi dovrà essere valutata la modalità di gestione che potrebbe essere o un privato o una società di pescatori, comunque il problema è aperto ad un dibattito.

   


  

Dr. ALESSANDRO VOLIANI

  

Farò un quadro dell’evoluzione della pesca in acque interne nel periodo in cui io sono stato testimone.

  

 Quando 15 - 20 anni fa iniziammo questo lavoro ci si trovò di fronte ad un quadro per cui molto spesso in un bacino in cui poteva vivere del pesce, esso veniva riempito di qualsiasi cosa che potesse essere successivamente pescato. Un primo intervento che si sembrò possibile fu quello di separare concettualmente i laghetti cosiddetti da pesca sportiva dai corsi d’acqua, i primi sarebbero rimasti ad uso esclusivo del pescatore che ama il pesce pronto pesca, i secondi avrebbero avuto un target di fruitori molto più vasto, caratterizzato (il target)  dal fatto di essere più esigenti dal punto di vista della qualità ambientale e naturalistica. 

  

Quindi persone più che esclusivi pescatori orientate a fruire dell’ambiente non solo in questa veste, ma pronte a godere di questo ambiente integro, indipendentemente dalle possibilità di cattura. Si cercò di inserire di conseguenza nelle discussioni delle Consulte provinciali, che si andavano costituendo in quegli anni, i concetti di specie autoctone e alloctone, ripopolamenti corretti sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo, e di evitare di proporre l’immissione di pesce bianco (molto usuale in quegli anni), ma piuttosto specie più definite e soprattutto in numero congruo alla ricettività degli ambienti e alle reali esigenze di ricostituzione delle popolazioni. Infine si cercò di prestare molta più attenzione alla provenienza dei pesci da immettere. 

  

Questo perché anche il ceppo genetico, pur all’interno di una stessa specie, appare molto importante in quanto selezionato nel tempo per certe caratteristiche ambientali, che non possono essere le stesse nell’Appennino piuttosto che nei torrenti alpini. Questi concetti ormai sono entrati a far parte del bagaglio di conoscenze di tutte le persone coinvolte nella gestione della pesca sia tecnici, operatori, amministratori ecc. Gli stessi pescatori sono molto preparati, con loro siamo passati dagli iniziali scontri che si avevano 15 - 20 anni fa ad un confronto sempre più costruttivo. 

   

Parlando dell’aspetto specifico delle immissioni in questi anni si è cercato di rispondere a quattro domande: cosa, dove, quanto e perché immettere.

  

In questa sede sembra più importante affrontare l’ultima domanda. 

  

Nel caso dei nostri corsi d’acqua si immette o in casi di eventi eccezionali, che hanno portato alla necessità di aiutare le popolazioni naturali di ricostituirsi senza aspettare troppo tempo, oppure nel caso in cui il prelievo dei pescatori sia eccessivo rispetto alle capacità produttive di un ambiente. 

  

Quant’ultimo è il caso delle Trote dei torrenti appenninici in genere esposte a grosse fluttuazioni di portata, spesso scarsamente produttive, che però richiamano molti pescatori attratti dalla qualità degli ambienti e del pescato.

   

 E’ vero che in teoria dovrebbe essere il pescatore che si adegua all’ambiente e non viceversa, visto però l’enorme sviluppo della pesca sportiva si è cercato in questo casi di arrivare ad un compromesso, di aiutare la produzione naturale con l’immissione. 

  

In tale contesto è diverso il caso degli ambienti ciprinicoli, in genere molto produttivi e dove la pratica del rilascio del pescato è molto diffusa. 

  

In questo caso l’immissione deve essere l’eccezione, risposta ad eventi particolari. Importante da tener presente è che in questi ambienti ciprinicoli  la crisi della popolazione è legata all’habitat della specie ed è quindi prioritario intervenire sull’ambiente prima di pensare ad immettere nuovo materiale.

  

 Occorre cioè rimuovere la causa piuttosto che intervenire sugli effetti. Riguardo alle altre domande vorrei fare solo un breve cenno ad alcune cose che ritengo molto importanti. 

  

Anzitutto immettere solo materiale bene adattato agli ambienti che lo dovranno ospitare ed in quantità tale da potersi alimentare senza eccessiva competizione, spesso si sente dire specialmente negli ambienti salmonicoli “qui le trote non crescono”, poi si viene a sapere che le immissioni sono state dieci volte superiori alle capacità ricettive di quei torrenti per quanto riguarda la produttività. 

  

E’ ovvio che in questi casi si instaura una forte competizione alimentare che determina una diminuzione degli accrescimenti individuali.

  


Altre associazioni che hanno partecipato al convegno


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